Non fatevi prendere dal panico.
Capitolo 1.
Piu’ che una frase, un motto, un detto, un’esortazione, alla mente di Giacobbe quella apparve piuttosto come una visione. E’ come quando appare la Madonna. Certo, a me e’ successo. Non che mi sia apparsa la Madonna direttamente, questo no, ma ero presente quando Nostra Signora apparve a mio padre sullo scaldabagno della cucina. No, mio padre NON ERA sullo scaldabagno. Lui era sotto il lavello, era domenica pomeriggio ed erano cominciate le partite. Adesso tu ti aspetterai di sapere che un sant’uomo che ha sfacchinato tutta la settimana, arrivato alla domenica, per rinfrancarsi lo spirito, prenda il figlio e gli dica: "Figliolo, ormai sei cresciuto e devi aprire gli occhi davanti a questa societa’ di merda. Oggi ti porto alla partita. Mettiti tre o quattro maglioni sotto il mongomery, cosi’ non sentirai troppo male quando la polizia ci carichera’, metti in tasca quel coltello a serramanico che ti ho regalato per la Cresima dicendoti che un giorno l’avresti usato, passami quella spranga e andiamo". Invece quel sant’uomo di mio padre, rendendosi conto di avere una certa eta’ preferiva rimanere a casa la domenica a non vedere la partita in televisione. A non vedere, hai capito bene, ma non per ragioni morali. Perche’ se fosse stato per ragioni morali, si sarebbe dovuto cancellare il calcio dall’elenco di sport nazionali, perche’ era diseducativo, violento, occasione di tafferugli, di aggressioni, con calciatori super pagati per non lavorare, che in campo davano l’esempio piu’ bieco di furbizia e opportunismo, con arbitri smaccatamente di parte, con stadi malfatti e costruttori inquisiti, con dirigenti allo sbando e giornalisti che dalla sera della domenica al mercoledi’ successivo si azzuffavano in tivu’ per questioni di lana caprina per poi ricominciare il giovedi’ con le partite di coppa… No, mio padre NON vedeva le partite in televisione per ragioni tecniche che si dividevano in due categorie. La prima, lui si spaparanzava sul vecchio divano, coi piedi stesi e accavallati sullo sgabello, con la birra e la frutta di fianco, appoggiato al vecchio cuscino e rimaneva inerte a guardare programmi televisivi in cui tutti facevano di tutto, dallo sculettare al bestemmiare in diretta e poi ogni tanto passava una scritta sullo schermo, con lettere che si inseguivano veloci come non volessero disturbare che annunciavano che il Napoli o il Bari aveva segnato al che seguiva un impercettibile sobbalzo di mio padre che se ne usciva per un nanosecondo dal suo torpore mentre sullo schermo al contrario, tutti si fermavano ed era un peccato, perche’ se c’era un momento adatto per bestemmiare o sculettare di felicita’, non c’era un momento migliore di quello. E invece no, tutti si fermavano e se c’era qualcuno che da un monitor in studio aveva visto l’azione e tentava di descriverla, veniva subito zittito perche’ era il momento della pubblicita’. La seconda ragione tecnica per cui ogni tanto mio padre non riusciva a vedere le partite, pesava novanta chili e lui l’aveva sposata nel quarantacinque. Certo vedere mio padre, un tipo ascetico quasi spiritato che parlando di mia madre la definiva "la mia meta’" veniva da ridere perche’ saltava all’occhio che lei, piu’ che la meta’ era il suo doppio, ma si volevano bene quasi tutti i giorni, certamente mai di domenica. Intanto erano giunti a quell’eta’ in cui i metabolismi si erano differenziati in modo tale da rappresentare un vero problema di giorno, quando lei aveva fame per esempio e lui no, ma in modo drammatico di notte, con lui che cadeva in letargo verso le dieci e lei che nel letto, tentava timidissimi approcci. La tragedia pero’ abitualmente si compiva la domenica mattina, quando lui apriva gli occhi e si rendeva conto che non ci aveva niente da fare e che non doveva alzarsi al buio per andare a lavorare, cosi’ allungava una mano verso la moglie che si girava dall’altra parte dicendo: "Lasciami stare". "Come lasciami stare?". "Lasciami stare. Sempre uguali voi uomini, volete solo quello". E qui partiva una discussione che si attorcigliava su se stessa fino alla frase fatidica: "No, che devo fare la comunione". Che faceva incazzare mio padre fino alla seconda bestemmia, perche’ la prima l’aveva gia’ consumata sull’orologio: "Porcod….sono gia’ le otto – e adesso – Porca M… tu e il tuo prete, beghina dell’Ostia – laddove Ostia, non si intende la stazione balneare in provincia di Roma bensi’ la particola che nello specifico, impediva la domenica mattina di consumare.
Capitolo 2.
Non fatevi prendere dal panico era invece il titolo sulla copertina della famosa Guida Galattica per Autostoppisti di Douglas Adams che Giacobbe aveva sempre immaginato come un e-book nero capace di galleggiare nell’aria come tutti gli oggetti delle astronavi che si vedevano nei documentari e che adesso gli era apparso davanti agli occhi per farlo ritornare in se’ dallo shock traumatico che gli aveva provocato la visione della scritta sul monitor davanti a lui. - Accidenti – si disse – guarda i casi della vita. Se e’ vero che il battito delle ali di una farfalla in Olanda puo’ provocare un tornado nei Carabi, ecco che se la signora Cesira non avesse trovato quella grossa cacca di cavallo fuori di casa sua, a quest’ora nessuno avrebbe raso al suolo San Francisco! - Erano questi, fenomeni mass mediologici che nell’Era della globalizzazione gia’ si erano verificati molte volte, ai tempi della leaderslip di Clinton, per esempio, quando un sufflone fatto nella Sala Orale della Casa Bianca provoco’ l’ammosciamento dello Yen a Tokio e chissa’ quante altre volte avvenimenti come questo (non specificamente il sufflone della Lewinsky) avrebbero potuto verificarsi ancora, se lo Scudo Stellare non prevedesse l’innesco automatico di tutte le testate nucleari in orbita ed il lancio sulla Terra come forma di ritorsione. Tutto perche’ la signora Cesira aveva trovato quella grande cacca di cavallo ed aveva deciso di raccoglierla per spargerla sui suoi pomodori in giardino. Anche mio padre aveva la stessa passione. Non quella di raccogliere la cacca, ma quella ben piu’ remunerativa della coltivazione dell’orto, perche’ mio padre aveva il pollice nero e la coltivazione dell’orto era apparsa subito remunerativa al rivenditore di sementi della nostra zona che gia’ nel primo anno del nostro trasferimento da quelle parti, programmo’ con grande lungimiranza l’iscrizione del figlio all’Universita’ di Urbino, specializzazione Botanica, perche’ quella era stata l’aspirazione di suo padre e adesso che le entrate erano garantite avrebbe avuto anche lui un figlio di Botanica. Debbo spendere due parole circa il pollice nero del mio vecchio che poteva ben essere verde, come la sua discendenza Longobarda e silvestre lasciava pensare. Ma una sua antica ava di piccola moralita’ aveva tramato con un nemico ben fornito lasciandogli nel sangue quell’eredita’ Unna che per tradizione dove passavano loro non cresceva piu’ nemmeno l’erba. Anche mio zio Delfino aveva per tradizione un dito nero, ma era l’alluce e non per ragioni ereditarie ma per via della sua professione. A quei tempi infatti il bagno lo si faceva soltanto il sabato, e ci si cambiava pure la biancheria che le donne portavano al lavatoio regolarmente il lunedi’. Era tornato a casa una sera dall’osteria dove il farmacista gli aveva parlato di Troia e di Didone e lui, che tra i fumi dell’alcool e il timore di una moglie indifferente meditava gia’ da tempo una prova d’amore, entro’ nel letto e le disse: "Se non sei Troia, sciusciami il didone del piede!". Erano tempi in cui nemmeno si sospettava che una duchessa e per giunta inglese potesse avere sollazzo da tale pratica e mia zia fuggi’ terrorizzata al solo pensiero. La devi capire. Lui faceva il carbonaio, ed era venerdi’.
Capitolo 3.
Il secondo scontro domenicale tra i miei, avveniva di solito nell’orto. Lo so che adesso tu mi dirai, ma come, hanno raso al suolo San Francisco e tu mi parli di tuo papa’ nell’orto? Hai ragione, hai ragione. Ma cosa posso farci io se sono giunto ad una eta’ che non appena comincio a raccontare mi vengono in mente tutte le cazzate che mi sono successe in passato? Vedi, mi capita spesso di sedermi sulla poltrona piu’ comoda di casa e di socchiudere gli occhi e con la testa indietro cercare una parola, un gesto che mi ricordi le cose del passato. E’ cosi’ che abitualmente mi addormento, ma di ricordi nemmeno l’ombra. Ma anche se ricordassi, chi si fermererebbe oggi ad ascoltare un vecchio che racconta? Approfitto di queste ultime ore di vita Ricordo a sedici anni il mio incontro con la prima ragazza che la dava. Non che la desse a me, che ormai ero tanto abituato alla masturbazione, che non avevo piu’ nemmeno bisogno di allungare le mani per la bisogna, perche’ tanto andava da solo. Era successo invece che il passaparola aveva bollato la squinzia come una che la dava, e a quei tempi, se si spargeva la voce, erano tanti e poi tanti quelli che millantavano di averla scopata che ti domandavi dove trovava il tempo per farsi il bide’ quella povera infelice che invece, non sapendo delle dicerie sul suo conto, girava tra i suoi coetanei domandandosi perche’ tutti ne parlavano e nessuno glielo dava. Perche’ e’ proprio questa la differenza tra questa mia eta’ e quella. Allora che glielo si poteva dare anche tre volte al giorno, ma non sapevi cosa dire. Adesso che glielo saprei dire in mille modi, sono impossibilitato alla bisogna. Per questa ragione mi era preso il panico quando ero rimasto solo con lei e ripetendo la frase di una barzelletta le avevo detto tutto d’un fiato: "Ti farei un pigiamino di saliva!". "Audace!" mi aveva risposto baciandomi. Poiche’ la frase era risultata vincente l’avevo messa nel repertorio e la sfoderavo ogni volta che la tizia mi sembrava adatta. "Tentatore!" mi aveva sussurrato una bonazza quando avevo venticinque anni "Porco" mi aveva sibilato complice, una donna sposata quando ne avevo trentacinque "Sporcaccione!" mi aveva detto una signora bene quando ne avevo quaranta "Pervertito" mi aveva urlato una studentessa quando ne avevo cinquanta "Vecchio bavoso" "Guardi che chiamo un vigile urbano". "Maniaco" sono gli epitteti che mi hanno accompagnato fino al definitivo: "Dovreste far ricoverare questo vecchietto" detto da un’amica di famiglia che ha chiuso la stagione delle mie avances. Perche’ sono cambiato io, e’ cambiata la donna, ma la frase no. La frase e’ sempre quella. Capisci? E’ per questa ragione che visto che ci e’ rimasto un po’ di tempo, ho deciso di raccontare questa storia procedendo per cerchi concentrici, come gli avvoltoi. Ma non ci perdi. Perche’ per arrivare ai pomodori della signora Cesira, bisogna passare dai cocomeri di mio padre. Che erano appunto grandi come pomodori. Incredibile pensare che tanto sforzo, tanta acqua, tanto concime, avessero prodotto come risultato alcune angurie che stavano dentro il palmo di una mano, graziose, per la verita’ ma scoraggianti. Che questa poi era tutta la filosofia dell’orto di mio padre, dove le angurie erano grandi come pomodori, i pomodori come ciliegie e le ciliegie nemmeno si facevano vedere su quell’albero che guardavo ogni primavera sospettando si trattasse di qualche specie orientale di quelle che non danno frutti. Invece no. Era sotto quel ciliegio che la domenica mattina andava mio padre, ed era li’ che lo trovava la mamma che passava a salutarlo prima di andare a messa da sola. Lei usciva sulla soglia, tre gradini piu’ in alto, col suo grande foulard al collo, unico lusso su un soprabito nero triste per l’uso ma che anche da nuovo mai e poi mai aveva conosciuto l’allegria di un taglio alla moda: "Caro – diceva disponibile – cosa vorresti mangiare a mezzogiorno? – Lui non si lasciava distrarre dal cibo, tutto preso con la quaresima del suo orto: - Ma fa un po’ quel che ti pare! – rispondeva senza nemmeno alzare gli occhi - Eh, quel che mi pare! E’ domenica e ti preparo qualcosa che ti piace. cosa vorresti per pranzo? Lui continuava a guardare la terra e tentava di non farsi coinvolgere nella discussione: - Ma fa quello che vuoi! - Ma che, quello che vuoi? E’ la maniera di rispondere? Una si spezza la schiena tutto il giorno per pensare cosa fare da mangiare e lui nemmeno risponde! - Ma te l’ho detto, fai quello che vuoi… - Che voglio io? Ma se lo sto chiedendo a te… - Fa qualcosa… E via di questo passo, finche’ mio padre, sfiancato tentava di tagliar corto: - Ma si’, via. Fa’ un po’ di pasta… - Pasta? Ancora? Ma ti ingrassa - Fanne poca! - Si’, poca e poca. Che come vedi la pasta, tu… - Allora fa il riso… - Risotto? - Se vuoi - No, il risotto no. Troppo burro. E tu, si vede che hai bisogno di ridurre il colesterolo. Che ne dici di una frittatina? - Perche’ nella frittatina non c’e’ il colesterolo? - Ma te ne faccio poca - Ma la frittata di domenica? - E perche’ no? - Ma fai un pezzo di carne! - Va bene il coniglio? - Il coniglio? Si’! - Con la trevisana? Nominare una verdura che sarebbe andata in tavola senza essere passata per il suo orto, metteva mio padre in uno stato di sospetto, come se si trattasse di una provocazione: - Perche’ la trevisana? - Era bella. Ne ho comprato mezzo chilo - E brava! Potevi fare un po’ di questa lattuga qui – diceva indicando alcune foglie striminzite che facevano capolino dal terreno arido - Ma va! C’e’ la trevisana. - E va bene. Allora fammi il coniglio con la trevisana. Anzi, gia’ che ci sei, fai saltare la trevisana in padella e poi la condisci con un giro di quell’olio che ci ha portato il Bepi - Va bene. Allora coniglio arrosto e trevisana fritta! – diceva giuliva la mia mamma prima di andare per la sua strada, lasciando nella mente di mio padre il piacere di pensare al pranzo come fosse un progetto, un traguardo, un punto d’arrivo dopo una mattinata di lavoro. E la mamma tornava da messa, si metteva il suo grembiule e nettava, bolliva friggeva e preparava la tavola e i profumi che si spandevano nell’aria torcevano le budella di mio padre che piano piano si godeva l’attesa di andare a tavola in quel giorno di festa, nella pace e nella gioia scandita dal grido di mia madre: - A tavola! – e dentro in fretta, lasciando la zappetta "che forse poi nel pomeriggio ritorno nell’orto", ma lui sapeva che non era vero perche’ il pomeriggio ci sono le partite e mio padre per nulla al mondo avrebbe rinunciato a NON vedere le partite alla televisione! Si lavava le mani e poi si sedeva a capotavola guardando la finestra di fronte, e c’era un’aria di pace in quella casa, che veniva voglia di farsi il segno della croce, se non fosse stato uno sproposito, e aspettava mia madre che arrivava con la padella fumante per servirlo per primo: - Ecco, a te, un bel pezzo grande – gli diceva svelta e dopo avergli messo la razione nel piatto si volgeva verso me, mi dava il pezzo migliore che aveva abilmente sottratto alla vista e che adesso tornava come in un gioco di magia a fare bella mostra di se’ nel mio piatto. Poi mi versava il contorno e finalmente andava in cucina ad aggiustarsi l’ultimo piatto con le rimanenze, per poi tornare veloce a tavola per mangiare con noi. In tutto questo tempo, mio padre rimaneva in silenzio a guardare stralunato il piatto davanti a lui e non diceva una parola finche’ lei non era tornata, si era seduta e aveva preso un tocco di pane prima di passare il cestino e augurare: - Buon appetito! – e cominciare a mangiare allegra - Ma…ma - diceva lui - Ma? – chiedeva lei con la bocca piena - E il coniglio? - Ah, il coniglio no. Non avevo tempo e ho preferito farti un po’ di manzo in casseruola! – - E la trevisana? - Ma caro, se non avevo la padella sporca del coniglio, perche’ mai avrei dovuto sporcare un’altra padella per friggere la trevisana? Ho fatto due patate, che so che ti piaccino tanto! E qui partiva una sequela di moccoli, improperi, maledizioni e altro, che se non fosse che questa scenetta avveniva tutte le sante feste comandate, avrei potuto pensare che mio padre avesse serie intenzioni omicide. Invece si calmava con l’arrivo del pure’ e non parlava piu’ finche’ non aveva finito tutto quello che gli stava davanti. Solo allora, si alzava da tavola, e dopo aver dato un bacio in fronte a mia madre andava a sprofondarsi nel morbido amniotico del divano.
Capitolo 4.
Non fatevi prendere dal panico, ripete’ Giacobbe mentre sullo schermo gigante si muovevano freccette e aeroplanini come fosse un videogame e non il monitor della Sala Operativa NATO di Aviano, dove lui era entrato per sbaglio e per sbaglio aveva fatto partire quel po’ po’ di casino. Strano, penso’ mentre leggeva le scritte che annunciavano catastrofi, come quella frase fosse stata usata anche dal Papa come esortazione principale dell’ultimo best seller che aveva scritto e che si intitolava, se ricordava bene, "Passare la sogliola" che per la verita’ lui questi titoli diciamo cosi’ aperti, che lasciavano al lettore l’incombenza di decidere se la sogliola andava passata nella farina prima di essere passata a burro e salvia o viceserva, lo lasciavano piuttosto indifferente. Lui l’aveva letto, quel libro. Sulla fascetta che teneva chiusa la copertina, un redattore fantasioso aveva scritto: "Notarelle scritte dal Papa durante i suoi voli" Urka, che se avevano conservato tutto quello che aveva scritto in volo, adesso, dopo vent’anni di girovagare, avrebbe dovuto riempire tutta la Biblioteca Vaticana! Torno’ con la mente al presente e si rese conto che la situazione che si era creata era veramente imbarazzante, perche’ forse era il caso di dare l’allarme, di notte, d’agosto, e dire a tutti che stava succedendo una catastrofe, e i generali avrebbero fatto alzare i colonnelli che avrebbero richiamati i maggiori che avrebbero fatto rientrare i capitani dalle ferie, che a loro volta avrebbero mobilitato i tenenti che avrebbero telefonato in caserma ai sergenti che avrebbero fatto suonare la sveglia correndo nelle camerate a urlare: "Sveglia coglioni! Se volete vedere l’ultima alba della vostra vita!". No, forse era meglio soprassedere un poco per vedere se le cose si sarebbero sistemate da sole. Intanto Paolo, che senza volere era la causa di tutto quel casino, si accorse che faceva notte e si fermo’. Adesso tu mi chiederai, ma non era la signora Cesira la causa involontaria di tutto quel casino? Certo, ti dico io. Ma la signora Cesira mai sarebbe uscita dalla sua cucina se quella mattina Paolo non si fosse inchinato a odorare le prime viole del suo prato. Adesso tu mi chiederai, ma non era stata la cacca a far uscire Cesira di casa? Certo, ti dico io, ma non ci sarebbe stata cacca senza Paolo. Adesso tu mi chiederai, ma non era una cacca di cavallo? Certo ti dico io, era una cacca di cavallo scappato a Paolo, che si era chinato a prendere le violette, ma se non la kazzo smetti di interrompermi non saprai mai com’e’ successa tutta questa storia! E non abbiamo poi molto tempo! Dunque, dicevamo: fu proprio il giorno che mio padre ebbe l’apparizione. Era domenica e stava scattando la seconda ragione tecnica per cui mio padre, qualche volta NON riusciva a vedere le partite alla televisione, a differenza delle varie volte che se ne stava spaparanzato sul divano a NON vedere le partite. Mio padre si era avvicinato al divano con passi studiati, aveva accostato il tavolino su cui avrebbe appoggiato i piedi, aveva avvicinato, salatini e patatine, piu’ distante ma sempre a portata di mano aveva lasciato il cestino delle arance, poi aveva sistemato strategicamente tutti i cuscini di cui nel pomeriggio avrebbe avuto bisogno, e si era mollemente appoggiato al divano con un sospiro liberatorio, come se la giornata fosse finalmente finita e fosse l’ora di coricarsi. Fu allora, che come ad un segnale tanto atteso, entro’ mia madre in salotto e accese l’aspirapolvere passandolo nervosamente avanti e indietro. Devo scrivere qui due brevissime note scientifiche per puntualizzare l’accaduto. La prima nota riguarda la tecnologia di questo inizio di terzo millennio che non e’ possibile che non sia in grado di fare gli aspirapolvere meno rumorosi. Al contrario, penso io, aspirapolvere silenziosi non verrebbero venduti, perche’ le massaie sono convinte che piu’ l’aggeggio fa rumore e piu’ aspira. Ti diro’ di piu’: io sono convinto che nelle maggiori fabbriche di elettrodomestici ci sia un ufficio sperimentazioni dove entrano i prototipi che per cause di forza maggiore ormai vengono costruiti silenziosi, e una varieta’ infinita di tecnici aggiunge tubi e fischietti per convogliare l’aria e renderli assordanti. Un altro ufficio poi valuta il prezzo a seconda dei decibel. La seconda nota riguarda l’epistemologia della comunicazione televisiva da Carnai a Popper passando per Biscardi, e l’ermeneutica linguistica della Domenica Sportiva fino ai nostri giorni: in parole povere, l’invenzione della moviola. Perche’ all’epoca in cui ancora si vedevano le partite in televisione e non c’erano i registratori, si erano verificati incidenti gravissimi nelle case italiane quando, spinte da un impulso autodistruttivo, le massaie con l’aspirapolvere passavano davanti al televisore al momento del gol. Fu allora, per ragioni di ordine pubblico, che venne inventato il replay e diminuirono quasi per incanto i casi di uxoricidio. Oggi che invece le partite non si vedono piu’ il problema si e’ ridimensionato e mio padre che e’ un filosofo, aveva scoperto che la televisione attuale e’ straordinariamente all’avanguardia: basta infatti chiudere gli occhi e sembra di sentire la radio. Se non ci fosse quel maledetto aspirapolvere, e mia madre che roar, roar, roooaaar lo infila sotto ogni sedia vicino alle orecchie di lui che aspetta che finisca senza sapere, l’ingenuo, che mia madre non smettera’ mai, finche’ lui non glielo chiedera’: - Ma la vuoi smettere con quel coso? – chiede finalmente lui dopo un tempo fisiologico, passato il quale anche un Santo avrebbe sbottato - Sto togliendo le briciole – dice lei seria - Ma quali briciole? Io non ho ancora mangiato niente! - Tolgo le briciole di ieri. - Ma non le potevi togliere stamattina? - Non avevo tempo, dovevo fare il coniglio, ricordi? - Il coniglio? – certo che ricordava il coniglio ma la prudenza gli suggeriva di non toccare quel tasto per non rischiare un litigio che statisticamente finisce solo con l’abbandono dell’altro ma che sempre statisticamente, se la mamma ha in mano l’aspirapolvere acceso, allora e’ papa’ che deve andare via e la domenica pomeriggio, col televisore acceso, rappresenterebbe una perdita certa. Lui tace, chiude gli occhi e con il telecomando alza a tutta birra l’audio che si mischia al sibilo sinistro dell’aspirapolvere facendo tremare i vetri della casa. Passa solo qualche minuto ed e’ lei a tornare all’attacco, spegnendo improvvisamente l’aspirapolvere e gridando: - Abbassa quel coso! Ma sei sordo? - Adesso no – dice lui riportando i decibel a livello di sopportazione umana - Certo viene da ridere – lo incalza lei che non si da’ pace di tanta pace in famiglia – con tutto quello che c’e’ da fare in casa, tu te ne stai li’ sbracato a bere birra e guardare le ballerine! - A parte il fatto che la birra nemmeno mi piace – dice lui che non ammette provocazioni – mi sai dire cosa ci sarebbe da fare? Lei si alza sul busto perche’ ha intuito con sottile arguzia femminile che accettando il confronto, mio padre ha commesso un errore imperdonabile che lo portera’ lontano dal suo amato divano: - C’e’ il rubinetto che sgocciola, per esempio - Chiama l’idraulico! - E gia’, io divento matta a risparmiare, faccio una lira con diciannove soldi ( questa doveva essere una frase che mia madre aveva ereditato dalla sua, quando la lira si poteva dividere per venti) e tu li dai ad un idraulico soltanto per venire a vedere un rubinetto che sgocciola. - Hai ragione, adesso vado a prendere un martello e spacco la doccia, cosi’ domani chiami l’idraulico per il rubinetto che perde e per la doccia rotta, e sarai piu’ contenta! - Bravo! Scherza, tu. Che sono anni che non pianti un chiodo in questa casa che sta andando a pezzi! Mi corre l’obbligo in questo momento di interrompere il racconto con una nota socioeconomica e finemente filosofica sui rapporti che intercorrono tra due coniugi che lentamente ma decisamente si fanno strada nella societa’. Ammetti, come presupposto, che un cristiano si faccia un culo cosi’ alzandosi tutte le mattine e rovinandosi la salute per riuscire a dare alla sua famiglia una casa grande, una villa con dieci saloni quattro cucine, due tavernette, una stanza per ogni figlio e la sala ricamo. Ecco, per il solo fatto che quest’uomo non e’ in grado di prendere in mano il badile, fare la malta e tirare su un muro, esso verra’ automaticamente considerato da sua moglie un cretino. Adesso, sempre come presupposto, immagina che quest’uomo mangiandosi il fegato e la salute mentale riesca a mettere insieme i soldi sufficienti per comprare i quattro ettari di campagna intorno alla casa, e lavori per anni per ricavarci un prato all’inglese, un bosco di noccioli la’ infondo e macchia mediterranea tutt’intorno, e che dopo trent’anni di lavoro si affacci dalla sua finestra per vedere il verde intorno a se’ e dica: - Mi piacerebbe una siepe all’italiana. Devo chiedere al giardiniere. Per il solo fatto che non prenda la vanga e scenda di sotto a spezzarsi la schiena per piantare gli arbusti, verra’ ritenuto dalla moglie un coglione. Ecco perche’ mio padre, da finissimo intellettuale qual’era, risultava molto sensibile a qualunque provocazione che andasse a parare sulla sua poca o nulla destrezza manuale, e anche quella volta ci casco’: - Da quanto tempo perde, questo rubinetto? - Da molto tempo. Credo che ce l’abbiano venduto cosi’. - E tu in tutto questo tempo no ti sei mai decisa a farlo riparare? Solo adesso, domenica alle due, senti il bisogno di una riparazione? - Prima non era preoccupante - Oddio, esce acqua dal lavandino? - No, ma uscira’ se non facciamo qualcosa! Quel "facciamo" era un po’ come la mosca cocchiera che se ne stava sul corno di un bue e all’amica che gli chiedeva cosa stesse facendo disse: "Ariamo!" Mio padre sbuffo’ e mi disse, alzandosi: - Vai a prendere quella kazzo di borsa! – Sento il bisogno di interrompere per un solo momento il racconto, e mi rendo conto che sapere San Francisco rasa al suolo e una caterva di missili che stanno per essere lanciati sull’Europa come rappresaglia, non costituisca l’atmosfera piu’ consona ad una disquisizione inerente la semiotica dal Calepino al Dizionario del Pedrocchi anche se lo stesso Ambrogio da Calepio ( 1435-1510) monaco, per primo indico’ agli umanisti del suo tempo la necessita’ di un vocabolario bilingue per poter tradurre i testi che maneggiava. (Questo la dice lunga sul fatto che fosse di Bergamo, gia’ allora citta’ dalla lingua incomprensibile). Mio padre si poteva definire un patafisico e, lungi dal volere arrivare ai picchi del Dizionario del Pedrocchi ( peraltro, non ne ho ricevuto una buona impressione, visto che alla voce: Abbacchio, c’e’ scritto: Agnello morto. Vive a Lucca. Laddove vive a Lucca si intende il modo di nominare l’agnello morto, ma a prima vista fa impressione) aveva passato la sua giovinezza a scrivere un Dizionario Patafisico del parlare comune e aveva liquidato la voce: Kazzo come parola greca che indica stupore o stizza. Non contento, lo aveva declinato secondo la grammatica greca stabilendo che coniugato con prefisso "Sto" si usava solo nella forma maschile e singolare (Sto kazzo!) mentre il prefisso "Sti" lo classificava femminile plurale (Sti kazzi) nella forma parlata. Nella forma numerata invece ogni numero indicava quanti kazzi meno che uno. Infatti "Un kazzo" equivale a zero. Sono certo capirai adesso, perche’ nella nostra casa mio padre poteva impunemente usare la parola "kazzo" anche in presenza dei minori, in quanto essendo stata classificata come parola straniera, essa non faceva piu’ paura nemmeno a mia madre, che avrebbe provato timore soltanto trovandosene uno, vero, davanti agli occhi. Per "questo kazzo di borsa" si intende una comunissima borsa da lavoro che dovrebbe contenere tutti ma proprio tutti gli strumenti piu’ inutili, dai cacciaviti cinesi che non tollerano torsioni altrimenti si spaccano nel manico di plastica giallo trasparente per sottolinearne la fragilita’, alle chiavi inglesi smontabili con manico flessibile e istruzioni in coreano e cirillico, che per i primi mesi dall’acquisto facevano bella mostra di se’ tutti ordinati nella loro scatola di plastica ma che una volta venne aperta al contrario e nessuno piu’ e’ stato capace di rimetterli nei loro rispettivi buchi ricavati dalla plastica deformata. C’e’ pure un martello troppo leggero e il trapano che pero’ non si puo’ usare sempre, perche’ gira per il verso sbagliato a seguito di una riparazione frettolosa. Presi la borsa e ci trasferimmo in cucina.
Capitolo 5.
Prima di continuare nel mio racconto sento la necessita’ di un breve inciso socio-filosofico. Io lo so, che adesso mi dirai, ma come, sta per scaricarsi una irreversibile reazione a catena di missili atomici americani, russi, cinesi, indiani, israeliani eccetera eccetera, che avranno il potenziale per cancellare trenta volte l’umanita’ dal suolo terrestre, e a te viene voglia di un inciso? Certo, dico io. Mi rendo conto che tra qualche ora o al massimo giorni a seconda del tempo utile ai computer per decidere la rappresaglia a catena, ci sara’ una tal forza distruttiva che bisognera’ morire tutti e forse anch’io. Ma quale miglior occasione per lasciare ai posters (ma quali?) un documento che come la Stele di Rosetta venga usata da una Civilta’ futura per capire questo secolo? Mi rivolgo a te, come se mi rivolgessi a un interlocutore lontano anche se mi rendo conto che tu sei molto piu’ ignorante, nel senso che ignori alcune delle cose che sono accadute da queste parti. E vado a spiegartele, ma alla mia maniera, e coi miei tempi, che se mi permetti tanto da qui a pochissimo non ci avremo niente da fare. Devi sapere che ci sono professioni che si estinguono con la morte di chi le professa. Esse sono la retroguardia che ha perso contatto con il nucleo, come la coda di una cometa che si raffredda sempre piu’ ma che ha perso la capacita’ di reagire con il nucleo. Vi sono lavoratori che con il mutare della societa’, con il progresso tecnologico o scientifico, perdono competitivita’ e con essa la loro ragione d’essere. Penso ai carbonai, ai sellai, ai costruttori di cesti di vimini, ai soffiatori di vetro e cosi’ via. Alcuni di questi lavoratori, si rendono conto del cambiamento e con un guizzo si lanciano sulla nuova professione, altri, come impauriti dal girare vorticoso della giostra, rimangono abbarbicati alle colonne senza piu’ avere il coraggio di saltare giu’ Paolo era uno di questi e se ne rendeva ormai conto. Aveva ereditato la carrozzella e il cavallo dal padre e per anni si era trascinato stancamente di stagione in stagione ad aspettare in piazza i rari turisti che li vedevi avvicinarsi distratti per poi alzare di scatto la testa, e ti chiedevi se avessero avuto un’ispirazione e invece era solo arrivato alle loro narici il puzzo del cavallo. Che si chiamava Profeta. E profeta sembrava, con la criniera disordinata come i capelli di un guru e le ossa del costato che gliele potevi contare, tanto era magro, e c’erano ancora ragazzi che lo superavano con le loro motorette scoppiettanti che facevano un gesto con la mano come per dire, fatti piu’ in la’ e che ogni tanto gli gridavano: - Paolo, ma dove vai con quell’organo? – ridendo di quelle costole come fossero le canne di un antico strumento musicale - Vado a suonare una serenata a li mejo mortacci tua! – rispondeva lui cupo e tirava dritto. Finche’ in paese arrivo’ il treno. Ora credo che in qualsiasi Continente, qualsiasi civilta’ alla vista del treno abbia capito che i tempi erano cambiati. Paolo no. Alla vista del treno decise che quella era la sua battaglia, fosse anche l’ultima, e si attrezzo’. Intanto dobbiamo fare le dovute proporzioni perche’ se nel West la lotta fu tra la Railwais e il Pony Express, qui piu’ semplicemente si tratto’ dello scontro titanico di Paolo contro il trenino dei giardini pubblici. Perche’ quel diavolo del proprietario, quando lo aveva comprato, tutto bello verde e rosso con lo stile dei vecchi treni a cremagliera, gli aveva fatto montare le ruote con le gomme e si capi’ subito che senza il vincolo dei binari, il trenino poteva arrivare fino alla piazza e raccogliere turisti anche venti alla volta! Per giunta il biglietto costava solo cinquecento lire contro le cinquemila che lui chiedeva per un giro fino a vedere la vecchia fortezza! Una tragedia. Onestamente, se dovessimo contare quanti soldi perse Paolo con l’arrivo del trenino, dovremmo dire che in danaro non ci perse nulla, perche’ il suo paio di turisti incorreggibili romantici li trovava sempre, anche piu’ volte al giorno, e tra un giro e l’altro le soste erano sempre lunghe e noiose. La differenza stava solo nel fatto che se prima durante le soste il cavallo mangiava nel sacco di avena appeso alla briglia mentre lui si faceva la solita pennichella, adesso no, adesso lui era li’ sui nervi ad aspettare il fischio del treno che arrivava e mentalmente contava quanti biglietti aveva venduto il suo concorrente, moltiplicava per cinquecento e gli si torcevano le budella. Comincio’ con trascurare anche la pulizia del cavallo e della carrozza, non si occupo’ della ruota sbilenca che ogni tanto voleva una seria manutenzione, gli era fallito un sit-in fuori dal comune, nel senso di fuori dal Municipio col cavallo bardato e lenzuola scritte con lo spray per dire le sue ragioni, e il sindaco in un primo momento, intimorito dalla puzza piu' ’ che dal movimento d’opinioni, si era lasciato andare a promesse che non poteva mantenere, ma poi, dopo un poco, quelle promesse il sindaco non le mantenne davvero e fu finita li’. Poi Paolo comincio’ a bere anche di giorno e quando tornava a casa il povero Profeta nemmeno trovava la sua giusta razione di biada. Si ando’ avanti cosi’ per parecchio tempo, finche’ una sera, nel calore della stalla, col padrone sempre piu’ ubriaco e la balla di avena lontana e irraggiungibile, Profeta giro’ la testa verso il suo padrone e con voce cavernosa mormoro’: - A Paolo, non ne posso piu’! Al che Paolo rimase con la bottiglia a mezz’aria e gli occhi socchiusi per soppesare se avesse bevuto a sufficienza, poi disse al cavallo: - Cosa hai detto? E lui prese un’espressione ispirata e sussurro’: - Saulle, Saulle, perche’ mi perseguiti? - Ma tu parli! – disse Paolo incredulo - Parlo? Dalla fame straparlo! Ho una fame da cavallo! E’ da stamattina che non mi dai da bere, ti sei dimenticato di comprarmi la biada e dentro il sacco in tutta la giornata mi hai messo due tozzi di pane secco! Ma in verita’, in verita’ ti dico: non di solo pane vive il cavallo! - Aspetta, adesso ti vado a prendere una balla di avena. Ma tu da quanto tempo parli? - Io ? Da una vita! - Ma non mi hai mai detto niente! - E cosa ti dovevo dire? In tutti questi anni non c’e’ stato mai un momento di intimita’ tra noi. Cosa ti dovevo dire? - Ma mi potevi dire che parlavi, accidenti. Un cavallo che parla non ha mica importanza quello che dice, E’ un fenomeno e basta! - Sara’. Io so solo che in queste cose bisogna essere molto prudenti. Come dice il proverbio? Tanto va il cavallo al lardo che ci lascia lo zampino. - Ma quale prudenza e prudenza! Domani andiamo in citta’ e ti presentero’ come: Profeta, il cavallo parlante. Sai quanti soldi facciamo? - Ma che mi frega dei soldi? Io sto bene come sto, basta che mi fai mangiare.Poi sto bene anche povero perche’ sta scritto: E’ piu’ facile per un cavallo passare attraverso la cruna dell’ago che a un ricco entrare nel regno dei Cieli! - Ma come parli bene. Adesso andiamo a dormire, e poi domani ti faccio vedere. Gli mise la balla di aveva sotto il muso e Paolo se ne ando’ a letto a sognare un mucchio di soldi. Lui faceva il vetturino ed era sabato.
Capitolo 6.
Quando il colonnello Parkinson rovescio’ il caffe’ sulla tastiera del computer disse: "Fuck!". Che era l’intercalare piu’ usato dal vecchio militare che riteneva quei fucker-mother di alleati che volevano a tutti i costi controllare tutti i fucking programmi della NATO per metterlo in difficolta’, gli facevano dire ogni due parole: - Fuck! – e quella volta con ragione. Gli era stato imposto di aprire la Sala Operativa almeno una volta al mese anche agli alleati e per questa ragione stava smantellando tutto, in quel Centro da dove si poteva controllare ogni movimento di satelliti in orbita geostazionaria. Stava lavorando per farla diventare una specie di specchietto per le allodole dove gli alleati avrebbero visto una serie di lucette colorate senza capire una sega. Fucking alleati! Il caffe’ sulla tastiera gli dava la possibilita’ di chiamare la squadra di manutenzione italiana che sul registro avrebbe firmato la propria presenza, cosi’ per un intero mese nessun altro di quei fucking controllori NATO avrebbe trovato nulla da dire. Era domenica, faceva caldo e lui aveva programmato di andare a messa con la famiglia. Per questo giro’ la chiave per disinserire i comandi e disse nell’ interfono: - Chiamate quei fucking italiani della manutenzione e ditegli che c’e’ da pulire la tastiera. – poi prese il suo fucking cappello e se ne usci’. Alla Stazione dei Carabinieri di Aviano c’era aria di smobilitazione per le ferie incombenti e al centralino ci stava un maresciallo che sapeva che in caso di emergenza doveva chiamare a casa il Capitano Borlandi per riferirgli l’ordine di andare subito al Centro NATO. Il maresciallo fece il numero ma il telefono squillo’, squillo’ e squillo’ ancora inutilmente perche’ Cesira, che era stata lasciata a casa per rispondere al telefono in caso di emergenza, era uscita in strada con una paletta di plastica rossa e si era messa a raccogliere la fumante cacca di Profeta che era passato di li’ trotterellando come i trentatre trentini verso la montagna dove, si diceva, un Messia faceva discorsi di pace e alla fine delle prediche sfamava i convenuti moltiplicando i pani e i cavalli. - Il buongiorno si vede dal cavallo – penso’ mentre si allontanava. Il maresciallo appese il telefono preoccupato e quando passo’ un pivello che si trovava in quella caserma per ragioni di Leva e non per vocazione, lo chiamo’ e gli disse: - Cacace! Prendi questo pass e vai al Centro NATO di Aviano dove ti condurranno nella sala operativa per manutenzione. Devi pulire una tastiera da computer piena di caffe’. Con l’occasione tieni gli occhi aperti e poi fai rapporto - Signorsi’ – disse il pivello – cosa devo riferire? - Guardati in giro e poi riferisci – gli disse il maresciallo che considerava chiusa la conversazione, tanto che riprese a risolvere le sue parole crociate. Il giovane prese il passi e fece per allontanarsi: - Cacace! - Comandi! - Chi e’ che vive nel favo? - L’ape, signore - Ah, l’ape! – disse scrivendo le lettere nelle caselle del cruciverba – ed io che mi credevo che la fava fosse… Mah, allora scrivo APA - APE, signore. Tre lettere, A, Pi, E - Si, se sono tante, ma qui e’ una sola! - Ape e’ singolare, signore. - E’ singolare si’, che un’apa sola si scriva ape! - Ma e’ cosi’, signore - Boh – disse il vecchio maresciallo e il giovane usci’. Perche’ quella mattina, appena sveglio, Paolo si era precipitato subito nella stalla dove teneva Profeta per salutare il suo vecchio amico: - Ciao, vecchio mio – gli disse entrando perche’ appena alzato aveva avuto il timore che il cavallo parlante fosse il frutto della sua abbondante libagione del giorno prima, ma adesso che ce lo aveva di fronte sapeva che Profeta aveva parlato: - Come stai, vecchio mio? – gli disse battendogli una mano sul collo, gesto che non aveva mai fatto nemmeno una volta nei venti anni di convivenza con l’animale – come stai, vecchio mio? Ma Profeta non rispondeva, perche’ tra se’ e se’ pensava, ma cosa gli devo mai dire a questo: "bene grazie, e tu?" che sono convenevoli che non hanno senso se tu non ti porti nel cuore il piacere di sapere che quell’altro sta bene davvero. Cosi’ Profeta masticava stancamente l’avena e aspettava gli sviluppi. Che anche questa storia del cavallo parlante non gli piaceva punto, visto che poteva tradursi in lavoro in piu’ che doveva sbrigare lui e sempre lui, e non c’era verso di sapere se le condizioni di vita sarebbero migliorate. - Parlami, dimmi qualcosa…- disse sorridendo Paolo ma Profeta se ne stava sulle sue aspettando gli eventi. Che precipitarono. Perche’ al sorriso di Paolo fece seguito immediatamente la rabbia finche’ comincio’ ad inveire agitando la frusta minacciosamente: - Bastardo di un ronzino, ti ho sfamato tutti questi anni e adesso che abbiamo l’opportunita’ di fare soldi, ti rifiuti di lavorare? Ma io ti riempio di botte, brutto maiale che non sei altro! Maiale. Hai capito? Uno si sbatte tutta una vita per prendersi del maiale. - Adesso ti porto fuori e facciamo i conti! – disse Paolo mettendogli il morso e tirandolo via dal calduccio della sua mangiatoia per portarlo all’ aperto. Quando furono fuori, con una mano la briglia, e l’altra la frusta che fischiava minacciosa, Paolo lo apostrofo’ per l’ultima volta: -Allora, ti vuoi decidere a parlare, brutto bastardo? O preferisci che ti tolga la pelle a frustate? – disse e Profeta, tra se’ e se’ penso’: "Perche’ guardi il bruscolo nell’occhio del tuo cavallo e non ti accorgi della trave che ti sta cadendo addosso?". Infatti in quel momento a Paolo gli cadde l’occhio su un ciuffettino d’erba che erba non era ma un piccolo bouquet di mysotitis, piu’ comunemente conosciuti come "non ti scordar di me" e lui si inteneri’: - Ma guarda – disse – sono fiorite le viole! – e si chino’. Mal glie ne incolse! Perche’ approfittando di quel momento bucolico, Profeta decise di assestare un doppio calcione al padrone e prendersi la sua legittima liberta’. E cosi’ fece. Tiro’ un calcio da "fuori campo" e galoppo’ via con la sua briglia che strisciava nel terreno e Paolo che ripresosi dal botto tentava di corrergli dietro zoppicando e implorando: - Fermati. Non andar via! Ma oramai era tardi. La decisione era presa e Profeta se ne ando’. Ecco allora che ti e’ chiaro come fu che Profeta passo’ davanti a casa della Cesira che usci’ per raccogliere la cacca e facendo in quel modo non senti’ il telefono che chiamava con urgenza suo marito, che avrebbe dovuto aspettarla lui la telefonata ma voleva andare a pescare e aveva detto alla Cesira: - Resta tu vicino al telefono e se chiama qualcuno vieni giu’ al ponte a riferirmelo- Ma che non ricevendo risposta il maresciallo aveva mandato Giacobbe Cacace ad asciugare la macchia di caffe’ provocata dal Colonnello Parkinson nel Centro NATO di Aviano e che rimasto solo in quella sala operativa aveva sganciato un missile atomico su San Francisco. Questo avvenne esattamente la domenica che mio padre ebbe l’apparizione.
Capitolo 7.
Prima di continuare nel racconto di cio’ che successe quella domenica nella nostra cucina, sento il bisogno di una parentesi scientifica che si agganci alla psicopatologia della vita quotidiana di Edmund Freud applicata al metodo Wechler-Bellevue adottato dal Prof. Cesabianchi dell’Universita’ Statale di Milano che defini’ tutti gli aspetti del comportamento che si possono rivelare dalla risposta ad un semplice questionario. Il test, appunto. Ma qui, tra di noi lo faremo in forma ridotta quasi amichevole: un testicolo. Prova a rispondere: Hai visto un oggetto ad una liquidazione e anche se non ne hai capito bene la funzione e l'uso, l'hai comprato lo stesso perche' aveva uno sconto incredibile del 65 per cento. Quando sei arrivato a casa non sei riuscito a farlo funzionare e lo hai messo via per qualche tempo, dimenticandotelo in uno sgabuzzino, finche' un amico in visita lo ha riconosciuto come il menarolo girabacchino dell'Est, che lui aveva usato negli anni sessanta a Beirut. E' per questo che tenta di collegarlo alla rete facendolo esplodere, comunque ti dice che l'aggeggio deve essere riparato.
Il giorno dopo l'uomo delle riparazioni non ha mai visto un modello simile a questo che hai comprato e piu' e' costato , piu' lontano bisognera' spedirlo per farlo riparare. Bisognera' pagare tutta la riparazione perche' l'oggetto e' esploso il giorno dopo la scadenza della garanzia e una volta spedito, se non scrivi per sollecitarne il ritorno, non ritornera' mai. Se scrivi, arrivera' il giorno dopo che hai spedito una pepata lettera di sollecito.
Quando finalmente lo ricevi funziona ma tu non sai che fartene, non riesci a scambiarlo con nessuno e quando viene finalmente lo stracciaio ti tocca pagare per farlo portare via. Ti e' mai capitato qualcosa di simile? Si’? Allora fai parte anche tu della insigne categoria dei bricolage, uomini che hanno fatto la fortuna di artigiani e negozianti di tutto il loro isolato. Mio padre non solo apparteneva a questa categoria ma era stato insignito di una silenziosa decorazione da parte di tutti i rivenditori di attrezzi della citta’ e non solo. Sospetto che tutti gli ambulanti nonche’ gli zingari della zona, abbiano fatto un segno fuori dalla nostra casa, perche’ non c’e’ rivenditore di qualsiasi cosa che passando nella nostra regione, non decida di fare un salto a bussare a casa nostra dove, se trova mio padre, e’ sicuro di vendergli tutto il campionario.
Detto questo, al fine di capire cosa significhi in una famiglia medio borghese, la riparazione di un rubinetto da parte del padre che invece vorrebbe vedere la televisione, occorrera’ tener presente che la riparazione del rubinetto di casa ha moltissime attinenze con la legge di Murphy e precisamente:
1- Se gocciolava, puo’ solo peggiorare
2- Quando peggiora occorrera’ chiudere l’erogazione dell’acqua a tutta la casa fino all’arrivo dell’idraulico
3- Per chiudere l’erogazione dell’acqua occorrera’ trovare la manopola centrale che malgrado ogni sforzo, sara’ impossibile da localizzare nella casa
4- Decidendo di chiudere l’erogazione dell’acqua dal contatore esterno si dovra’ andare fuori di casa sotto la pioggia o al gelo per scoprire che la valvola di chiusura si manovra solamente se in possesso di una chiave speciale in dotazione di ogni idraulico che si rispetti, ma che nessuno vende ai privati
5- Hai sentito dire che il portiere dello stabile vicino te ha una chiave simile, ma e’ domenica e malgrado tu bussi fino a farti sanguinare le mani, quel figlio di puttana non ti sente (forse perche’ LUI sta vedendo le partite)
6- Con uno sforzo sovrumano riesci comunque a chiudere la valvola ma rientrato in casa vengono a bussare dopo mezz’ora per sapere chi e’ quel coglione che ha tolto l’acqua a tutto l’isolato
7- Uno dei vicini di casa si ricorda di aver sentito in una radio privata di un servizio ventiquattr’ore su ventiquattro che ti manda in casa l’idraulico o l’elettricista. Telefoni e arriva in venti minuti che passi a riempire ogni recipiente della casa per evitare allagamenti.
8- Arriva l’idraulico e trova in dodici secondi la manopola interna che chiude l’acqua che si trovava sotto il lavandino. Stringe il rubinetto che perde in altri otto secondi netti, poi si guarda in giro perche’ capisce anche lui che non ti potra’ chiedere di accendere un muto per pagargli la prestazione, se non ha lavorato almeno cinque minuti.
9- Torna la calma ma il rubinetto riprendera’ a gocciolare mercoledi’.
10- Lo tieni cosi’
Mio padre conosceva tutte queste cause dell’insuccesso e ne conosceva anche altre che qui evito di elencarti per non annoiare, pero’ come un eroe greco che conosce il proprio destino ma che malgrado cio’ non si sottrae alla sofferenza, mi prese la borsa e ne tolse una brucola che cadde subito a terra, come chiaramente esposto nella famosa legge della gravita’ selettiva che dice: "'Un oggetto cadra' sempre in modo da produrre il maggior danno possibile."’ con il corollario di Klipstein che dice: "L'elemento piu’ delicato o al momento piu’ utile sara' il primo a cadere."' A cui fa seguito la famosa legge della riparazione impossibile: 'Ogni attrezzo, quando cade, rotola fino al punto piu’ inaccessibile della stanza". E secondo il sano principio degli elementi persi: "'Il raggio di caduta dalla borsa di lavoro di piccoli elementi, varia inversamente alle loro dimensioni - e direttamente alla loro importanza per il completamento del lavoro intrapreso."'
Poiche’ mio padre sapeva benissimo che se avesse deciso di non raccogliere la brucola questa sarebbe stata la prima cosa di cui poi si avrebbe avuto bisogno, e conoscendo perfettamente l’incapacita’ di suo figlio, sangue del suo sangue, di ritrovare una brucola che si e’ infilata sotto il lavandino, mi fece cenno di stare qualche passo indietro e poi si inginocchio’ aprendo la porticina di legno che da sempre finge di essere un armadietto dove mettere l’occorrente per le pulizie di casa, ma che appena aperto rivela tutta la perversita’ di un luogo buio dove si possono trovare le cose piu’ impensate. Pensa che nel 1976, nel tentativo di sgorgare il tubo che non lasciava passare l’acqua, ritrovammo un gatto di peluche che avevo perso durante la mia infanzia. Quando lo persi, ricordo benissimo che non era affatto di peluche ma un vivace gattino con cui giocavo a nasconderlo. Quando lo ritrovammo tutto infeltrito e mummificato, sembrava proprio un gattino di peluche, tanto le lo regalammo a un bambino povero.
Prima di procedere nel racconto sento l’insopprimibile impulso di aggiornarti su alcuni elementi di idrometria gia’ conosciuti al tempo di Vespasiano e ripresi negli elementi piu’ consoni alle moderne nozioni di idrodinamica da Leonardo Da Vinci nel suo Codice Hammer, oggi di proprieta’ di Guglielmo Cancelli, il famoso inventore del programma "Finestre" diffuso in tutto il mondo, con il quale e’ diventato ricchissimo.
Oggi, ogni tubatura e’ di plastica ma soltanto qualche decennio fa, l’idraulico che veniva a metterti i tubi in giro per casa veniva con uno strano treppiede di ferro detto curvatubi, con i quali, dopo averli scaldati con la fiamma ossidrica, storceva appunto i tubi di piombo e altra lega, secondo la bisogna. Specificatamente al lavandino della cucina, il tubo di scarico era costituito da un tubo piegato a gomito, perche’ in caso di ostruzione, fosse possibile proprio da quel gomito estrarre il corpo estraneo. Per questo nell’ansa del gomito veniva praticato un largo foro dentro il quale si allocava un cilindro a vite insidiosissimo perche’ rappresentava la parte piu’ tagliente dell’intero complesso idraulico e bastava passarci la mano per averne un danno.
Fu proprio questo cilindro sporgente la causa di tutto. Io vidi dalla finestra passare Profeta e gridai: - Guarda papa’, un cavallo che trotta fuori dalla finestra! – e mio padre che ormai si era convinto che non avrebbe mai piu’ ritrovato la brucola in quel metro quadro di cucina, tento’ di rizzarsi sulle ginocchia guardando verso la finestra ma nel fare questo picchio’ con la nuca nel nottolino di ferro che emano’ un suono sordo, o forse fu la nuca. Mi corre l’obbligo di un inciso nell’inciso: hai presente l’uovo di Colombo?
Quella storia del navigatore genovese che per zittire i faciloni fece rimanere ritto un uovo semplicemente schiacciandone un poco il guscio? Si’? Hai presente? Ecco, se invece dell’uovo si fosse trattato della nuca di mio padre, la posizione dell’ammaccatura sarebbe stata identica. E’ quello un punto nevralgico da dove partono diramazioni del dolore che arrivano fino alla spina dorsale. Uno di quei punti che provocano il cosiddetto "Dolore della vedova" una cosa intensa per qualche minuto e poi via, pronti per un’altra esperienza. Chi non l’ha provato non sa di cosa parlo: e’ questione di millimetri, uno piu’ in la’ e’ semplicemente un bernoccolo, ma se centrato nel punto esatto piu’ provocare il delirio e la paralisi.
Cosi’ rimase mio padre, inginocchiato sul pavimento della cucina e con la testa reclinata in avanti, paralizzato, senza emettere un suono. Fu solo dopo pochissimi secondi che alzo’ la testa guardando fisso verso lo scaldabagno e con le braccia distese, le palme delle mani verso l’alto e le lacrime agli occhi mormoro’ rapito: - Oh, la Madonna…Oh, la Madonna… Che di per se’ aveva gia’ del prodigioso, vista la comprovata laicita’ del mio vecchio, ma l’evento straordinario di materializzo’ da li’ a poco quando mio padre comincio’ a sciorinare, uno dopo l’altro, i nomi dei Santi e le loro professioni, ma non solo quelle in vita, come San Giuseppe falegname, San Paolo esattore, San Marco medico, Sant’Agostino puttaniere, ma anche l’attivita’ dopo morti, con Santa Barbara protettrice degli artificieri, l’Arcangelo Gabriele protettore dei marconisti, San Cristoforo protettore dei trasportatori. Un evento, credimi commovente. Ma fu solo quando dopo aver esaurito i Santi del calendario romano, mio padre comincio’ a spaziare dai Carmina Burana alle ciaccone post rivoluzionarie francesi per declamare le attribuzioni laiche dei santi, con san Camillo che col coso a spillo s’inchiappettava i microbi, o santa Rita che tra una gamba e l’altra si guadagnava la vita, allora capii che qualcosa di straordinario era avvenuto in quella stanza e corsi fuori in strada per annunciarlo al colto ed all’inclita. Che in mancanza di meglio erano poi, Paolo e la signora Cesira che trovai fuori in strada in un’atteggiamento a dir poco eccentrico, con la signora Cesira che porgeva la paletta come fosse una vecchia tabacchiera e Paolo che preso un pizzico di cacca, l’annusava come fosse tabacco da fiuto, nel tentativo di capire se chi aveva lasciato quel gradito omaggio fosse veramente Profeta o chi altro.
- Accorrete, accorrete! – gridai io arrivando in strada
- Calmati figliolo, - disse Paolo tenendo aristocraticamente la merda tra due dita- se non sta bruciando la casa, calmati e dicci cosa sta succedendo! Mi calmai solo un poco:
- Guardate, se vi racconto cosa e’ successo non mi crederete! – dissi io - Guarda – mi rispose Paolo – se sapessi cosa e’ successo a me, capiresti che sono disposto a credere a tutto. Rinfrancato da tale affermazione presi fiato ed esclamai: - E’ un miracolo! Mio padre ha visto la Madonna. - Dove? – chiese la signora Cesira. - La’, in cucina, sopra lo scaldabagno! – dissi con enfasi. Rimasero in silenzio, perche’ avevamo imboccato la strada dei Campi Elisi e da questo punto in poi si sarebbe potuto credere a qualsiasi cosa. Paolo mi chiese: - Questa Madonna, era forse a cavallo?
- No – dissi – mi sembra di no – aggiunsi perplesso
- Peccato. Perche’ altrimenti avevamo risolto un sacco di problemi
- State forse cercando un cavallo marrone? – chiesi io
- Esattamente – rispose Paolo
- L’ho visto io. E’ andato di la’ – e indicai la strada che portava verso la base NATO di Aviano
- Bene – disse Paolo – andiamo a prenderlo
A questo punto del racconto, se non mi interrompessi per inserire una nota esplicativa (N.d’A.) non ti renderei giustizia perche’ ti priverei di una riflessione socio-filosofica sul popolo italiano dal Guicciardini al Vincenzo Cuoco passando dal Cattaneo a Massimo d’Azeglio. Sarai d’accordo anche tu sul fatto che se due italiani si incontrassero su di un’isola deserta aprirebbero una pizzeria ( se sono toscani una trattoria). Se gli italiani fossero da tre a sette rischierebbero la fame perche’ si metterebbero a parlare di calcio. Se fossero otto si associerebbero in cooperativa, in quindici fonderebbero un partito politico che pero’ al momento della costituzione si troverebbe diviso gia’ in tre correnti, una del Si’, una del No, una del Ma chi ce lo fa fare.
Mi spiego meglio: Se nel nostro sistema politico, per esempio, domani si alzasse in piedi un leader e gridasse: "Italiani, invadiamo la Svizzera!" subito si formerebbero due correnti di pensiero una chiamata "Svizzera SI" composta da quelli che NON la vogliono invadere e l’altra "Svizzera NO" composta da quelli che la vogliono invadere, secondo il principio fondamentale di ogni referendum che devi scrivere SI se vuoi NO e viceversa. E’ come se tu andassi davanti al prete e lui ti chiedesse:"Vuoi tu mandare affanculo la qui presente Giuseppina Bianchi perche’ ti fa schifo e non vuoi sentir piu’ parlare di lei? No? Allora vi dichiaro marito e moglie" La stessa cosa. Ma andiamo avanti. Nello stesso momento che si riunissero i comitati promotori per l’invasione svizzera, scoprirebbero che non tutti sono d’accordo ma che all’interno di "Svizzera NO" si sono gia’ costituite le correnti: "Svizzera NO MA…" e "Svizzera NO, A CONDIZIONE CHE" che eleggono i loro capetti che si dicono disposti ad invadere la Svizzera ma non adesso. Anche nella fazione di quelli che non la vogliono invadere avverrebbe una scissione tra quelli che seguono il modello Tedesco "S.S.P.D.C. (Svizzera si, pero’ domani chissa’) e quelli tipo "S.S.Q.P.S.V. (Si, stiamo qui poi si vedra’) e da qui partirebbero rivoli e rivoletti di opinioni, partitini, scissioni, e altro che renderebbe immobile il quadro politico per i prossimi dieci anni mentre tutti quelli che vogliono invadere la Svizzera, per le piu' disparate ragioni, chi per portarci i soldi, chi per andarci a sciare, chi per fare contrabbando, continuerebbero imperterriti a fare quello che hanno sempre fatto senza il conforto di una pur minima regola. Per fare un esempio ai giorni nostri: la Seconda Repubblica e’ nata con l’intento di portare il sistema politico a due soli partiti, uno che governasse e l’altro all’opposizione. Ne e’ nata una legge elettorale che prevede si’ l’elezione diretta del gruppo che poi andrebbe al Governo ma con la Legge Mattarella, alcuni residui di voto vengono spartiti col metodo proporzionale. Anche le schede nulle. Se per esempio tu scrivi sulla tua scheda:"Andate tutti affanculo" loro si dividono anche il vaffanculo un tanto a percentuale fino a trasformarlo in un Seggio per chesso’ Previti, Benvenuto, Tony Negri, Cicciolina, eccetera. Hai capito come funziona? Ed ecco che da questa grande massa granitica che sono i Partiti si staccano come gli iceberg dalla banchisa frammenti di partiti e partitini, Dai comunisti si staccano quelli di Rifondazione che si frantuma in due, dalla DC si staccano da una parte Bianco Buttiglione e Formigoni, che poi si separeranno tra di loro e dall’altra D’Onofrio Casini Mastella che poi si frantumeranno in tanti piccoli ghiaccioli. Da Almirante si stacca Fini da cui poi si stacca Rauti, da Rauti si stacca Persichetti via via in una frammentazione che si riduce in minimi termini che se non ci hai il microscopio ti perdi le ultime scissioni come quelle dell’atomo.
Ecco perche’ nessuno si stupi’ quando, saputane la direzione Paolo proclamo’: - Seguiamo il cavallo! – a cui la signora Cesira rispose: - Ma perche’ mai? – seguita da me che mormorai: - Ma cosa c’entra, scusi?
Fu in quel momento che nell’atrio apparve la figura di mio padre, terrea, ispirata, funerea, apocalittica, e rimanemmo in silenzio perche’ ci stava parlando. Infatti il vecchio trascino’ i piedi nell’atrio venendo verso di noi poi grido’: - Penitenziate! Penitenziate! La fine del Mondo e’ vicina E a noi ci prese tutti un brivido, perche’si’, l’aria si era fatta un poco frizzantina e non avrei escluso che stesse per piovere, da li’ a poco.
Capitolo 8.
Approfitto di questo provvidenziale inizio di capitolo per soffermarmi un momento sulla dialettica dell'Essere hegeliano e la determinazione della dialettica quale principio esplicativo dell’ elaborazione del reale, contrapposta all’individualizzazione della ragione quale principio della comprensione unitaria della totalita’, alla luce dell'analisi di Feuerbach nel suo: "Dell’essenza del Cristianesimo" dove sostiene che la radice antropologica della teologia nell’uomo e’ parte della propria essenza ma oggettivata, alienata dal se’ per dare origine al sentimento religioso. In parole povere, la tranvata alla testa aveva compromesso le gia’ vacillanti convinzioni religiose di mio padre che vagava come una scorreggia nello spazio in attesa degli eventi. Ho citato la scorreggia non a caso perche’ anche questa vituperata espressione umana che tanto benessere arreca nel donarsi al prossimo, non avrebbe percezione si se’, se fosse per esempio perduta nello spazio, perche' non basta avere coscienza dell’ essere (essere scorreggia, appunto) ma occorre anche un riscontro oggettivo che le permetta di confrontarsi secondo il principio che per ogni scorreggia occorre almeno un naso. Mi scuso per aver introdotto un argomento filosofico cosi’ ostico alla tua mente ed e’ per questa ragione che l’ho abbinata ad una manifestazione corporea che ti e’ tanto familiare, perche’ devi ammettere anche tu che vi sono alcune giornate di stress in cui questa rassicurante espressione sonora della sazieta', allegra liberazione di un eccesso di niente, e' l'unico momento di liberatorio benessere, il che e' democratico perche' capita proprio a tutti e grazie al fatto che puzzano, possono goderne anche i sordi. E allora si', essere o non essere. Sognare, scoreggiare, ma perche' fuggire, dopo? E fuggire da dove? E qui si aprirebbe il discorso sulla responsabilita’ oggettiva, dalla concezione di Leszdek Kolakowsky al Codice Romano ma la cosa ci porterebbe lontano. Voglio solo dire che il momentaneo smarrimento di mio padre avrebbe potuto tradursi in manifestazioni di vaghezza che si sarebbero potute affrontare con qualche ora di sonno secondo il principio della mia vecchia zia Melina che diceva che con una bella dormita passa tutto, concetto che in famiglia avevamo adottato con entusiasmo e non avevamo piu’ abbandonato nemmeno dopo che la zia era morta di cancro. Il fatto invece che a tanto smarrimento fossero testimoni alcuni deboli di mente quali Paolo e Cesira, aggravo’ la situazione. Nella Cesira, intanto che aveva una naturale predisposizione verso il Sacro tanto da cercarne la manifestazione in qualsiasi avvenimento mondano. Quando aveva sentito il bisogno di una compagnia ed era andata nel negozio di animali per comprare un pappagallo, il negoziante disonesto le aveva dato una civetta nana del Madagascar di cui doveva sbarazzarsi per ragioni di dogana. Lei per tre mesi l’aveva coccolata e non passava minuto senza che lei ripetesse: "Loreto, Loreto" sperando di sentire una voce di ritorno, ma niente. Era tornata dal negoziante, per ringraziarlo dell’ottimo acquisto e il turpe uomo si era stupito di non ricevere lamentele: - Allora, le piace? – aveva chiesto incredulo - Certo. E’ un pappagallo meraviglioso! – aveva risposto lei - Ma parla? – aveva continuato lui sempre piu’ incredulo - Parlare no. Ma sapesse come sta attento! Ancora un poco e parlera’. Ne sono convinta. E stava attenta si’, la civetta che guardava con due occhi cosi’ quella donna che ogni giorno non passava minuto che ripeteva: Loreto, Loreto. Arrivo’ la stagione dell’amore e anche la civetta comincio’ a chiurlare da par suo: - Loouuurrr, Looouuurr – e la Cesira, convinta che il suo pappagallo invece che dire Loreto, avesse cominciato a dire: Lourdes ando’ dal parroco con la convinzione di un imprimatur che invece non venne: - Dio t’assista! – le disse il parroco e lei equivoco’ credendola una bestemmia. Era una donna semplice ma anche lei sapeva che agli esami per la patente di guida, quelli della motorizzazione chiedono sempre le generalita’ per dividere le patenti tra quelli che hanno la mamma, e sono la maggioranza, dai figli di buona donna che vengono destinati alla guida dei mezzi pubblici. Invece il parroco era rimasto scottato dalla vicenda della Madonna di Civitavecchia, quando al Vescovo gli si sarebbe bagnata la statuetta in mano e da quel giorno era rimasto li’ ad aspettare inutilmente la venuta del papa. Ricorderai tutta la vicenda che e’ cominciata il 2 febbraio del 1995 nel giardino di casa della famiglia Gregori che abita vicino alla Chiesa di Sant’Agostino nel Pantano. Si dice che Jessica, una piccola handycappata che con la sua sedia a rotelle stava portando al cinema dell’oratorio alcune scatole di un vecchio film muto da proiettare agli altri bambini, alla vista della madonnina presa da un raptus si e’ buttata con tutta la sedia a rotelle nella fontanella annegando. Soccorsa dai genitori, non solo la bambina non era morta, ma la sedia a rotelle aveva le gomme nuove! E il film era diventato sonoro! Da questo momento in poi la situazione era degenerata e non passava giorno che qualcuno non arrivasse alla chiesa con un’ordaglia di seguaci oranti e gementi che tentava di farsi esaminare statue, immagini, quadretti, ex voto, crocefissi, icone, pale, trittici, bassorilievi, lapidi, effigi, cartapeste, cocci e qualunque cosa avesse la parvenza di sacro che aveva cominciato al lacrimare, dissanguare, sudare, trasudare, scottare, gocciolare in varie maniere, dando problemi alla parrocchia e non solo nelle ore di funzione, tanto che il parroco si era visto costretto a mettere un cartello sul portone della chiesa: "Si pregano i signori fornitori di passare dalla sacrestia", ma anche cosi’ la confusione era tanta. Anche Cesira, che aveva una natura predisposta, venne presa nel vortice della reliquia. Era successo anni prima che suo padre, che era stato mandato a Lourdes per guarire da una grave forma di alcoolismo congenito, aveva comprato una di quelle madonnine di plastica a forma di bottiglia e al ritorno al doganiere che la guardava con sospetto dichiaro’: "Contiene acqua santa di Lourdes" non convincendo il militare che aveva stappato la bottiglia e ne aveva odorato il contenuto: "Ma questa e’ grappa!" aveva sentenziato. "Miracolo!" aveva detto il vecchio in un estremo tentativo di difesa. Pover’uomo. Pensare che mori’ anni dopo durante la visita alle cantine sociali, annegando in una tinozza dove stava fermentando il Nebiolo. In tre si buttarono per salvarlo ma lui si batte coraggiosamente fino alla fine. Lo fecero brule’ nel forno inceneritore del capoluogo che da quel giorno, a causa delle esalazioni emanate, prese una fama di stazione termale contro le malattie dell’apparato respiratorio. Anche Cesira tendeva al fiasco, ma non certo per ragioni ereditarie. Era stato il padre che le aveva fatto prendere il vizio gia’ da piccola, perche’ ogni volta che piangeva di notte, la madre gli dava un calcio per farlo andare a guardare la culla. Lui aveva scoperto che mettendo la grappa nel biberon otteneva due clamorosi risultati, primo trovava la culla senza nemmeno accendere la luce, bastavano un paio di ruttini della bimba ed era fatta. Poi, che con la grappa nel latte la bimba dormiva saporitamente fino all’alba. Anni di culto e di devozione a Lourdes e alla Bocchino, inteso come grappa, avevano prodotto uno strano effetto sulla statuetta di plastica perche’ ogni volta che la Cesira era su di giri e accostava troppo il lumino acceso, il calore provocava danni irreversibili alla plastica storcendola un poco come fosse una fiamma ossidrica. Era successo in principio che il calore sul mantello aveva fatto chinare all’indietro la statuetta e le mani giunte deformate sembrava adesso che si tenessero la pancia. Una volta la statuetta cadde dritta nella fiamma ed anche il viso si deturpo ’ in una smorfia satanica. Per fartela breve in anni di ciucche e devozione, la statuetta aveva preso la forma di una scalmanata che se la rideva di gusto tenendosi la pancia. Successe un giorno che a causa di uno sciopero Cesira fosse sobria, che guardando la statuetta e vedendo la Madonna che se la rideva, capi’ di essere davanti a qualcosa di prodigioso e ando’ dal prete per farsi benedire, ma anche quella volta fu una disillusione, perche’ si’ il prete dubitava, quando si trovava davanti ad una Madonna che piange, ma davanti a una che ride, non ne vuole nemmeno sentire parlare. Eppure, avra’ anche riso una volta la poveretta! E allora se c’e’ la Madonna Candelora, Madonna Pellegrina, Madonna Qui, Madonna Li’, perche’ non ci puo’ essere una Madonna Ridolina? Misteri della Fede. Ecco perche’ alla vista di mio padre quei due dementi fossero sicuri di trovarsi davanti ad un profeta e anche Profeta, se fosse stato presente, ne sarebbe rimasto contento, perche’ un cavallo non fa primavera e secondo il principio Catalano – inteso come trombettista e non come luogo geografico – che e’ meglio avere due profeti piuttosto che uno solo.
Capitolo 9.
Nemmeno il piu’ pessimista dei catastrofisti avrebbe potuto immaginare che da Aviano sarebbe venuto un casino simile. Era tempo ormai, che a causa delle continue ispezioni diplomatiche, Greenpeace, manifestazioni pacifiste e Rifondatori con giacche di cachemire, il Pentagono aveva deciso senza darlo troppo a vedere, di smantellare la base. Gli aerei erano stati dislocati su altri obiettivi, secondo il sano principio che cambiano i presidenti e cambia anche dove buttare le bombe. Ike aveva pianificato lo sbarco in Normandia per tenere nascosta alla moglie la sua relazione extra coniugale con la bella capitana, e questa e’ storia. Com’e’ pure storia che Kennedy abbia organizzato l’invasione della Baia dei Porci per nascondere a Jakline la sua relazione con Merilina. Lo sanno tutti che Johnson e la sua escalation in Vietnam erano il tentativo di Lyndon di andare a passare i week-end lontano da casa, senza dimenticare Clinton che nel momento piu’ terribile della sua leaderslip, quando venne sorpreso ad umettare i sigari con la potta della Lewinsky, lui che in un primo tempo aveva tentato di accreditare la versione che fosse un estremo tentativo per smettere di fumare, quando vide che si metteva male, penso’ bene di distogliere l’attenzione bombardando Bagdad. Ora alla luce di questi fatti, un ingenuo si chiedera’ con chi se la fa Bushemino, il nuovo presidente USA che appena arrivato si e’ scaldato subito i muscoli bombardando Saddam? Invece la domanda e’ un’altra e ben piu’ tragica: cosa aveva da nascondere Truman quando bombardo’ Hiroshima e Nagasaki? Giacobbe se ne stava la’ col naso all’aria a guardarsi quell’immenso schermo che a prima vista, quando aveva girato la chiave e si era tutto acceso, con le orbite dei satelliti e gli obiettivi che lampeggiavano lui aveva creduto che fosse la nuova versione dei Pokemon e aveva smanazzato sul joystick finche’ aveva cambiato l’orbita di un satellite cinese che puntava su Roma e l’aveva fatta terminare su San Francisco, poi viste le lucine che non la smettevano, aveva dato un colpetto con le dita senza sapere che lo schermo era interattivo e che da li’ a poco sarebbe partita un’enorme supposta che si sarebbe collocata in quel posto al popolo Californiano. Era un pomeriggio di torpore che oscillava tra l’essere agosto, essere di domenica, essere in fase di smantellamento, essere carabiniere che nella circostanza faceva la sua bella differenza. Adesso il disco fisso crepitava tutti i suoi calcoli e sullo schermo si accendevano le luci che annunciavano le fasi avanzate del calcolo ncessario a stabilire se la botta ricevuta da San Francisco potesse essere attribuita a Terremoto, Calamita’ Naturale, Movimento Gay o cause scatenanti la rappresaglia. Giacobbe se ne stava in silenzio a pensare e a valutare quale fosse da parte sua l’atteggiamento piu’ consono alle circostanze. Era forse consigliabile uscire dalla Sala, chiamare il piantone e dirgli con fare disinvolto: "Ah, guardi che per sbaglio ho distrutto San Francisco" come se fosse un altro po’ di caffe’ versato sulla moquette ? D’altra parte, anche andarsene all’inglese, non gli sembrava dignitoso ne’ per se’ ne’ per l’Arma. Occorreva trovare una soluzione rapida che ci mettesse almeno una pezza. Il tempo di allontanarsi dal posto fischiettando per orientare i sospetti su altri individui… Pensava, ma mentre sullo schermo erano evidenti i segni elettrici del cervello elettronico che pensava, sul viso terreo di Giacobbe non si vedeva nemmeno l’ombra di una presunta intelligenza. Eppure. Ecco che l’idea gli venne improvvisa ma una volta afferrata, lei tutta sola, poverina, non la lascio’ piu’ scappare e mise in atto il suo piano disperato ma non troppo. La soluzione era semplice. Se le macchine erano state organizzate per monitorare gli USA e in caso di attacco scatenare la rappresaglia, c’era un solo posto da dove la rappresaglia poteva essere gestita: il Pentagono. Giacobbe sorrise tra se’, poi aziono’ lo stick fino alla deviazione di un satellite russo che punto’ i suoi ordigni sul Pentagono. Dopodiche’ fece fuoco e aspetto’.
Capitolo 10.
Bisognera’ proprio che ti dica come mai mi trovo qui e perche’ in tutto questo casino io sono l’unico che sia rimasto a raccontarlo. C’era un carabiniere che doveva prendere un treno che lo riportava al Sud ma c’era lo sciopero e il capostazione gli aveva consigliato di passare le due ore d’attesa andando al cinema dove, peraltro, data la divisa non avrebbe pagato nulla e se ne sarebbe stato comodo e al calduccio. Cosi’ fece, ando’ verso il Diurno, saluto’ senza pagare alla cassa, e si accomodo’ in platea al buio, convinto di potersi divertire. Davano "Novecento" di Bertolucci e quando dopo i titoli usci’ un cartello grande e grosso con su scritto: PARTE PRIMA il militare si spavento’: "Porca vacca, parte prima!" disse e si precipito’ sul treno dove rimase al freddo per un paio d’ore prima che questo si muovesse. Ecco, era solo per dirti che questa e’ la: PARTE SECONDA. Ho conosciuto una puttana cosi’ diffidente che se lo faceva mettere per iscritto. Suo marito faceva il fabbro: era cosi' bravo col cannello che riusci' a saldare una frattura con la fiamma ossidrica. Malgrado ci fosse un po’ di ruggine tra i due, avevano avuto un figlio che si mise a fare il fotografo e benche' fosse poco sviluppato un giorno mise addirittura a fuoco un ghiacciaio. Poverino, si sposo' con una maestra ma lei non aveva classe! Era cosi' frigida che la prima notte di nozze gli grido': "Ma insomma deciditi, o dentro o fuori! Tutto questo andare su e giu' mi fa venire il mar di mare". Lui oso' una richiesta ardita: "Dai, girati…" "Eh no! Ha detto la mia mamma che se voglio mantenere il matrimonio virtuoso, non devo assecondare tutte le voglie del marito. Girarmi mai! " "Va bene cara, come vuoi," le disse lui accomodante " Ma se non ti giri, come faremo ad avere bambini? ". Erano altri tempi ed io avevo appena scoperto di avere un problema coi capelli. Non che mi cadessero, anzi! Il problema era che ne avevo troppi. Erano tempi in cui i giovani non sapevano chi prendere come modello, la televisione non c’era, la radio aveva raccontato troppe balle durante la guerra che adesso non le credeva piu' nessuno, i libri raccontavano storie vecchie e c’era solamente il cinema che raccontava storie improbabili ma nuove, e per sole cento lire. Quanti ricordi. E quante storie. Tante che mi si accavallano davanti agli occhi. Ricordo un generale che sentiva freddo malgrado i gradi, e un marinaio che era salpato con il morale a terra perche' aveva lasciato la moglie sarda che si chiamava Alice, c’era un marziano con l'ernia al disco, un matematico che viveva in una frazione, un muratore che firmava le sue opere in calce e quando vedeva il cemento armato alzava le mani per lo spavento, un miliardario che si esprimeva in parole povere e un meccanico che godeva un mondo quando poteva farsi una motosega. Successe una volta che la maschera al cinema fece luce in un film giallo e di un musicista poi si fece accompagnare al piano dal ragazzo dell'ascensore che gli apri' la porta con la chiave di Sol. Ma i capelli non erano come li volevo io. Io avevo visto al cinema Elvis Presley e qualche mio amico aveva gia’ cominciato a pettinarsi come lui ed io avevo scoperto che se vuoi pettinarti come Elvis devi essere per lo meno Svizzero. O Lombardo. Insomma devi avere i capelli lisci, fini e biondicci da poter incollare con la brillantina attorno alle orecchie con grave disagio per le funzioni auditive, lasciando che il ciuffo centrale, leggermente piu’ lungo del resto della capigliatura, volteggiasse all’indietro prima di ricadere esausto sulla calotta cranica, dove veniva incollato da un altro etto di massa gelatinosa. Questo succedeva se non eri siciliano, se non avevi due sopracciglia a ciuffo e una massa di capelli cosi’ ricci che per pettinarti da piccolo usavano direttamente il rastrello di mio zio giardiniere, un uomo trapiantato dal Sud che era rimasto al verde perche' era stato piantato dalla moglie, quella figlia di margotta, e voleva interrarla . Suo fratello faceva il macellaio: aveva la moglie che era una vacca ma lui aveva rinunciato ai piaceri della carne. Era un vero salame! Avevo anche uno zio ortolano che aveva il figlio finocchio e non lo poteva vendere! Un altro faceva l’ idraulico ma non ci capiva un tubo e quando il naso gli gocciolava aspettava di sentire l'urlo del gol per capire che tutto era finito: Se prima il naso perdeva adesso, finalmente aveva pareggiato. Lui portava il ciuffo alla Elvis e quando gli chiesi l’indirizzo del suo barbiere lui mi ci porto’. Arrivammo al negozio e mio zio chiese: "Ci vuole molto?" "Cinque minuti" rispose quello. Mio zio mi prese da parte e mi disse: "Io li conosco i cinque minuti del barbiere, qui ci vuole almeno mezz’ora. Tu siediti qui che io torno subito" e se ne ando’. Torno’ dopo mezz’ora e chiese al barbiere: "Quanto ci vuole?" "Cinque minuti" gli rispose il barbiere "Ho capito" Mi disse lo zio " Tu aspetta qui che ritorno" e se ne ando’. Il barbiere mi disse: "Ma lo sai che e’ proprio strano tuo zio? Quasi ogni giorno viene a chiedermi quanto mi manca e poi se ne va. Vai con lui a vedere dove si caccia!" Ed io seguii mio zio. Tornai dopo una decina di minuti e dissi al barbiere: "No, niente, viene qui a vedere se c’e’ tempo, poi va a casa a scoparsi sua moglie!" "Ah, adesso capisco!" disse ma non aveva capito. Avrebbe capito se invece di me, avesse mandato suo cugino che lavorava con lui. Quello sarebbe ritornato e gli avrebbe detto: "No, niente, quello viene qui a vedere se c’e’ tempo, poi va a casa a scoparsi TUA moglie". Ma forse ando’ meglio cosi’.
Capitolo 11.
In paese c'era anche un pizzaiolo senza Calzoni, con la moglie Napoletana che si chiamava Margherita e che ogni Quattro Stagioni faceva la Capricciosa; c'era un orologiaio con la figlia sveglia fidanzata ad un paracadutista che cadeva dalle nuvole e ogni volta giurava di non cascarci piu', che era figlio di un pescatore che odiava il gusto della pesca e nipote di un pasticcere che aveva fra i suoi clienti la crema della societa'. Quando mi decisi a farmi stirare tutti i capelli all'indietro, a farmeli disseccare con il phon e incollare con la lacca, tanto da non aver neppure bisogno del casco protettivo per andare in moto, allora mi accorsi che tutti quelli che prima di me avevano sfoggiato grandi ciuffi ribelli, piano piano stavano cambiando pettinatura, finche' mi accorsi che tutto quel lavoro di rasoio e scalpello, di phon e lacca spray, mi avevano cambiato si' espressione, ma adesso il ciuffo era demode', perche' erano arrivati i Beatles e i capelli si portavano a baschetto in avanti con la frangettina sulla fronte, una roba che faceva venire la faccia da scemo, ma faceva tanto "Swimming London", cosi' almeno mi pareva di aver sentito dire. Ricordo la prima frangetta sulla faccia di un pilota e la sua hostess che si capivano al volo. Lui in volo faticava a mantener la rotta, lei a terra faticava a mantenerla sana. Il pilota aveva un figlio turbolento e la hostess sempre la testa fra le nuvole. Lui la lascio' per una donna coi piedi per terra e lei si mise con un presentatore TV: affogarono la prima volta che andarono in onda insieme. Un vero naufragio. Passare dai capelli tutti fonati all'indietro e incollati, al baschetto tutto proteso in avanti era un atto di coraggio e mi ci volle un bel po' prima di decidermi. Cominciai qualche volta che la pioggia mi aveva sorpreso in giro senza ombrello ( e chi ce l'aveva l'ombrello?) e l'acqua sulla capoccia, che rimbalzava senza penetrare il nido d'aquile che si era formato col pelo e la lacca, piano piano riusciva a fare breccia finche' un ricciolo si staccava imperiosa dalla massa facendomi correre verso un rifugio sicuro, lontano dagli occhi indiscreti che avrebbero potuto scoprire da quella capigliatura ribelle, il segreto delle mie origini "terroncelle". Di solito tornavo a casa e mi infilavo nel bagno dove mi asciugavo i capelli e prima di rimetterli a posto, tentavo un improbabile baschetto alla Beatles. Ma la faccia era troppo stupida e non mi decidevo. Poi un giorno finalmente capii che la faccia da stupido non dipendeva dai capelli, ma appunto dalla faccia e finalmente osai. Mi feci il baschetto e uscii di casa timoroso. Il mio vicino di casa era un pompiere che una volta aveva spento una camera ardente con le pompe funebri e di un cimitero chiuso per lutto. Faceva l'amore con una postina raccomandata che perdeva sempre la posta in gioco, sorella di un fante col padre fantino che era un fumatore accanito e una volta aveva girato tutta Firenze di domenica senza trovare un toscano. Il pompiere era incazzato perche' era appena tornato da una bruttissima vacanza alle Isole Vergini senza nemmeno fare una trombata! Mi disse: "Ma cosa ci fai con quel vecchio baschetto alla scarafaggio? Ma non sai che con i tuoi capelli potresti andare in giro come quelli del Ritmenblus?". Era arrivata Julie Driscoll ed io non lo sapevo! Ma era arrivato anche il mio momento, perche' per imitare la capigliatura di Jimi Hendrix e tutti quei capelluti come lui occorreva essere ricci ed istruiti, ed io lo fossi! Era come essere un'anatra con la pelle d'oca o un canguro con le borse sotto gli occhi. Ricordo invece una gallina che aveva covato un ovino e un pesce che si era perso in un bicchier d'acqua. Quelli erano disgraziati. Ricordo anche un negro che si chiamava Bruno sposato ad una disoccupata che si chiamava Assunta. Lui faceva il pugile e ogni tanto andava fino alla stazione per prendere un diretto. Una volta perse il TEE delle dieci per essersi fermato al bar a prendere un espresso. E' questione di carattere mi dissi quando seppi di quel frate che rifiutava di fare il pollo alla diavola. Era un prete frustrato perche' non poteva mostrare la potenza del proprio organo, come un cacciatore disperato che sapeva di avere un grosso uccello tra le gambe e non poteva sparargli! Mi misi ad aspettare che mi ricrescessero i capelli e quando ritenni arrivato il momento presi una quantita' industriale di shampoo, mi lavai e invece che usare quel maledetto phon mi scrollai i capelli come avevo visto fare a Rintintin, che non e' il rumore di un sonaglio che cade dalle scale, ma quello di un cane famoso. Dovetti fidanzarmi con una hippy che vendeva pettinini africani perche' era la sola che ogni mattina, sapeva farmi la cotonatura che riuscisse a tenere alti i capelli per tutto il giorno. Fu un periodo infelice perche' lei era la figlia del sindaco del mio paese che aveva una moglie con due tette fuori del comune e nipote del veterinario che aveva in ambulatorio solamente quattro gatti da curare. Lui andava spesso a sciare ma una volta era diventato rosso di vergogna per essere rimasto al verde dopo una settimana bianca con uno scozzese che era andato imprudentemente in villeggiatura a Pago Pago. Un mattino passo' davanti ad un bar con esposto un cartello: OGGI BIRRA GRATIS PER TUTTI. Lo ritrovo' la mattina dopo che si era sparato davanti ad un dizionario. Un giorno torno a casa e la trovo con un taiorino di seta bianca, tutta vestita da fighetta: "Cosa stai facendo?" le chiesi " Vado a fare uno stage in America. Non posso piu' sopportare di vivere con uno sfigato come te, addio" poi aggiunse:" E tagliati quei maledetti capelli!" Era finita l'era dei Figli dei Fiori ed erano rimasti solo quelli di buona donna. E i capelli erano di moda all'Umberta.
Capitolo 12.
Nella vita non c'e' niente in cui credere. Compresa la frase precedente. Una volta un ricettatore dovette sbarazzarsi di una partita di frigoriferi che scottavano e un sacerdote si inchino' davanti ad un punto cardinale. Vi fu una regina bassa che insisteva a farsi chiamare altezza e un criminale che indossava abiti ricercati. Furono anni di grande siccita', pensa che gli alberi correvano dietro ai cani per farsi irrorare, ma il declino arrivo' inesorabile ed io nemmeno mi accorsi di aver attraversato un'epoca senza mai avere i capelli a posto. Li portai lisci davanti agli occhi, alla Gesu' Cristo, quando andavano a spazzola alla Dick Tracy. Me li tagliai a spazzola come i marines quando andavano ricci e fluenti sul dietro. Mi feci il codino ma mi accorsi che al cinema lo portavano tutti i killer e quelli che venivano assassinati, cosi' mi decisi di pettinarmi alla Robert Redford ma ormai tutti se li facevano tagliare alla Yul Brinner. Cominciai a girare con un grande basco di lana colorata ma l'epoca dei Rasta era finita da un pezzo, cosi' mi feci una treccia che riportai sul cranio come un lottatore di Sumo, ma ormai era tardi e andavano da pazzi i skeen heads. Il mondo stava cambiando. Mi ricordo la madre Superiora di un Convento espulsa perche' la mattina voleva il cappuccino a letto, era sorda e non voleva sentir ragioni. Era figlia di un tipografo, un uomo di vecchio stampo e il suo amico per la pelle faceva il dermatologo a Chicago ma era stitico. A quei tempi ricordo un ladro che aveva rubato il formaggio gia' grattato e di una tartaruga miope che si era fidanzata con un elmetto tedesco. Ricordo un ragno che abitava a Mosca, un elefante che cantava a orecchio, un gatto che conduceva una vita da cani e un contadino che credeva di aver preso il toro per le corna e invece teneva la vacca per le balle e le dava della pazza! Ho visto una ballerina andarsene in punta di piedi, una nuotatrice cavarsela per il rotto della cuffia, un calciatore dare un calcio alla fortuna e un becchino fare le fossette quando rideva. Mi ricordo di un gigante che non era mai all'altezza della situazione e di un subacqueo che si immergeva in una sana lettura. Mi ricordo, certo che ricordo. Ricordo un ebreo che usava la carta igienica da tutti e due i lati. Un giorno mentre la faceva gli cadde una moneta da cento lire nella cacca e si chiese: " Posso io sporcarmi le mani di merda per cento lire? La risposta e' no! " Prese il portafoglio e ci butto' sopra un biglietto da cinquemila lire e disse: "Ma per cinquemilacento lire, si" e li raccolse. Poi le diede a me per comprare delle pastiglie per la stitichezza. Per farla venire. Mi ricordo di una giostra che non voleva essere presa in giro e di un grassone che era nato sotto il segno della Bilancia. Faceva il lavandaio ma si era dato alla macchia dopo essersi innamorato ciecamente di una oculista che non vedeva l'ora di unirsi con un verbo. Ma il verbo era gia' coniugato e cosi' chiese il divorzio. Quando mi accorsi che il tempo era passato e che non importava piu' a nessuno in che modo io portassi i capelli, decisi di cambiare look ed andai dal barbiere. "Me li pettina alla moda?" gli chiesi "Ma quale moda?" rise lui " le sono rimasti questi quattro peli in croce, se li tenga cosi', al massimo ci faccia un riportino!" mi disse mostrandomi il mio cranio pelato nello specchio. Adesso vivo con una immigrata del Camerun. La' sono abituate fin da piccole a prendere i pochi capelli che hanno e a farsi le treccine. Ne ha fatta una anche a me, piccolissima, in mezzo alla calotta cranica, e per mitigare la desolazione, alla fine ci ha messo una perlina di vetro. Ma non sono felice.
Capitolo 13.
"ATENZIONE IN QUESTA FRASE CI SONO TRE ERORI". Sapresti trovarli? Certo, le parole "attenzione" ed "errori" sono scritte in modo sbagliato. Ma cosi’, gli errori sono solamente due!
Esatto, e’ per quello che gli errori sono tre, due formali e uno sostanziale! Capisci? Non ti puoi fidare di niente. Nemmeno di quello che ho appena scritto. Ricordo un attore di hard core che non riusciva ad entrare nella parte ma nemmeno la sua partner riusciva a ficcarselo in testa. Ci fu un Premier britannico che si fece prendere dall'IRA e un condannato a morte che aveva un freddo boia. Ma erano altri tempi. Non che con la Storia le cose andassero meglio. Per esempio: Garibaldi parti' da Quarto - senza sapere chi erano i tre che lo avevano preceduto - su una nave che andava a Marsala, e una volta arrivato in Sicilia disse: Grazie Mille. Ma e’ vero che si faceva l’Eroina? Non mi stupirei. Lo stesso Marchese De Sade aveva preso una donna a mezzo sevizio e si hanno notizie certe di Cangrande della Scala che scappava inseguito da Castruccio dei Castracani, un sarto che voleva allargare la Manica. Ricordo il Lama che aveva una figlia illegittima che chiamavano tutti Lametta. Ma dove la metto? Lametta Qui. Sono contento di essere Qua rispose il nipote di Paperino mentre nonna Papera aveva la pelle d’oca. Quo invece se ne stava zitto perche’ c’era stato un Qui pro Quo e lui non sapeva dove andare. Ma dove vivevano gli antichi Galli? Negli antichi pollai, suppongo, ma so per certo che Enea non si ammalava mai di domenica per non andare alla Farmacia di Turno, e nello stesso periodo Polifemo se ne stava sempre solo in quella grotta dove si rompeva la balla perche’ non vedeva mai Nessuno. Ma i Romani attaccarono Cartagine con la colla? Non lo so. So solo che per far passare il tempo allargavano i buchi della clessidra! Gia’ a quei tempi Muzio Scevola fu multato dai vigili perche' non teneva la destra ma non ricordo quando moriremo. Ma si' che lo so.
Fu quando lo uccise Romolo. Fin qui le mie nozioni sull’impero Romano. Ma mi sorge un dubbio: Era Attila che gridava Unno per tutti, tutti per Unno? Forse era lui che aveva il vicino con l’erba piu’ verde ma a lui non importava un bel niente perche’ si fumava la sua che era ben secca! A proposito. A proposito di che, mi chiederai. E che ne so. Ho detto tante di quelle cazzate che mi e’ difficile anche la pur minima associazione d’idee. Pero’ mi viene in mente Doris. Non so com’e’. Devono essere gli Unni che fanno venire in mente il Nord e le montagne innevate che portano inevitabilmente alla Svizzera, alle vacche, a Doris. Che era tutte e tre. Era nordica, era svizzera …
Eravamo diciottenni, l’eta’ in cui sai come intascare i primi soldi illeciti ma poi non sai come spenderli e ti si riempie la faccia di brufoli. Mendrisio allora era un paese del Ticino appena appena meno divertente del
Cimitero Musocco di Milano, ma per noi era piu’ vicino, meno caro e soprattutto ci pareva di essere a Las Vegas, il che la dice lunga sulla vita notturna dalle mie parti. Doris era scesa dalla parte tedesca della montagna per evitare di andare a lavorare in qualche bar e aveva usato la sua bellezza per far dimenticare al capufficio di un importante spedizioniere internazionale che lei non sapeva assolutamente scrivere a macchina e nemmeno stenografare, allora passava il tempo a limarsi le unghie e ad aspettare che gli venisse duro al suo capo. Poi la sera rimaneva sola, poverina, perche’ lui era sposato e non poteva portarla in giro, cosi’ si era agganciata a noi perche’ le piaceva ballare e farsi sbattere e noi lo facevamo bene. Ballare, intendo, perche’ per sbatterla, arrivavano a frotte quelli un po’ piu’ grandi di noi, che avevano l’automobile coi ribaltabili, il dopobarba e dopo il ballo non puzzavano di sudore. Ma per Doris non era un problema, ne’ il profumo ne’ la puzza. Perche’ per lei non faceva differenza. Doris e’ stato il piu’ alto esempio di socialismo reale che sia mai capitato nella storia della Confederazione, perche’ non importava con chi fosse, a chi appartenesse, di chi si stesse infatuando in quel momento, in quanto lei, democraticamente, la dava a tutti e dato che erano anni di magra e le richieste l’assillavano, lei, per non dispiacere a nessuno, si concedeva a piu’ sbarbati, anche nella stessa sera. Ma con grazia. Erano i maschi che facevano casino fuori dal locale dove Doris se ne stava al calduccio a ballare. Loro, i maschi, erano come una mandria di bufali, che fuori al freddo, si guardavano con odio, mostravano le corna, litigavano per un nonnulla, poi dentro c’erano quelli che sgomitavano per farsi vedere, altri al bar a fare la parte di quelli dalla vita vissuta, altri fuori dai cessi per aspettarla quando sarebbe passata per andarsi a rinfrescare. Lei ballava, beveva, fumava, rideva, come se non ci fosse nulla intorno, lei pascolava tranquilla come fosse una mucca insensibile a quello che avveniva intorno a lei, mentre erano gli altri che si preoccupavano dei riti della monta; poi al momento di andarsene via alzava gli occhi e in sala si scatenava il putiferio. Perche’ andare via con Doris era qualcosa di inarrivabile. Lei era bionda alta, un faccino da bambolina con le sue ciglia finte che sembravano due spazzoloni per la polvere, le calze di seta nere, il vestito da sera col decolte’ come si vedeva solo al cinema. Ma non era tutto facile, nemmeno per lei. C’erano alcune volte che il prescelto se la scopava prima di partire e poi decideva di rimanere li’, e di non portarla a casa perche’ la benzina costava e lui abitava dall’altra parte, cosi’ lei doveva rientrare e chiedere ad un altro che se la portava fino al confine e se la scopava li’, perche’ non poteva entrare che’ non aveva la carta verde. Allora lei scendeva, faceva dogana e chiedeva un passaggio a qualcuno che approfittando della situazione se la scopava sotto casa. Una volta che la sua amica si era addormentata e non sentiva lei che chiamava da sotto la finestra, a Doris che poveraccia, credeva che la serata fosse finita, tocco’ invece di andare a letto con uno che passava e che abitava la’ vicino. Una vita! Cosa puo’ capitare di peggio nella vita, dell’essere costretto ad implorare una grazia? Che la grazia ti sia concessa. Esattamente come dice il proverbio.
Ah, i proverbi, saggezza popolare, che per la soddisfazione di tutti avrebbero bisogno di una bella sgrullata di vecchiume per tornare a brillare come prima. Come per esempio: Chi va piano va sano ma lo tamponano. Una mano lava l'altra e tutte e due rubano. Il mondo e' bello perche' e' avariato. La lingua batte dove il clito ride. Chi lascia la strada vecchia per la nuova arriva prima perche' e' asfaltata. Se son rose sfioriranno. Chi s'inferma e' perduto. Avere la siringa piena e la moglie drogata. Sono tanti i proverbi che andrebbero modificati: Gallina vecchia si fa il lifting. Rosso di sera hanno acceso la ciminiera. Chi va con lo zoppo evidentemente e’ frocio. Beati gli ultimi se i primi sono onesti. La gatta frettolosa prende i topi al take-away.
Il riso abbonda sulla tavola dei ricchi. Tra il dire e il fare c'e' una busta da dare. Il tempo e' denaro (Questo proverbio l'hanno inciso sull casse dei Rolex). L'abito non lo fa, il monaco, adesso lo fa il sarto pret a porter. La fortuna e' cieca ma la sfiga ci vede benissimo. Non tutti i mali vengono per nuocere la maggioranza pero' si'. Il primo amore non si scorda mai, la prima chitarra invece si'. Il fumo ti uccide lentamente. E chi ha fretta? Nessuna nuora buona nuora Chi trova un tesoro trova un amico, ma soprattutto: Al cuor non si comanda (Ma se non obbedisce, trapiantalo). Perche’ avevo passato quegli anni con Doris a guardarla, spiarla, desiderarla senza che mi degnasse di uno sguardo se non per invitarmi a ballare il blues che le piaceva tanto. Poi, quando i soldi erano diventati tanti, le ragazze squinzie, le auto veloci e per ballare si andava al Santa Tecla di Milano, allora visto che Doris non era piu’ una novita’ e qualche piega cominciava a vedersi attorno alle labbra, visto che non se la filava quasi piu’ nessuno, allora penso’ bene di innamorarsi di me. Ed io a dirle ma lascia perdere, ma non e’ cosa, ma lei niente. Si era messa in testa di essere la mia fidanzata e lo diceva a tutti. A tutti quelli che se l’erano fatta, prima di tutto, poi ai nuovi arrivati che quasi quasi se la volevano fare e infine a quelli che magari non ci avevano nemmeno l’intenzione ma che lei stuzzicava facendogli vedere che era fidanzata con me. Che ero una bella tentazione, perche’ se me la scopavo io, la Doris, allora chiunque avrebbe potuto pensare di essere all’altezza. Intanto Doris continuava imperterrita a darla solo a due: quelli del suo paese e gli altri, che venivano da fuori. Ma a me dava un fastidio dell’ ostia, non perche’ la distribuisse a piene mani, ma perche’ lasciava credere che io fossi il suo fidanzato. Che forse era vero, ma non lo volevo ammettere. Alcune volte nelle lunghe trasferte per andare a ballare in qualche nuova balera di periferia, le facevo lunghi discorsi sulla coppia e sulla fedelta’, lei mi guardava come io guardavo dentro la nebbia per non andare a sbattere ma non sembrava capire, anzi dava risposte che mi facevano imbestialire. "Ma io voglio bene a te, gli altri non contano" Non contano, ma godono, porca puttana! E lei niente: "Ma cosa vuoi che sia un bacino dato a un altro?" Il bacino non era niente. solo che attaccato al bacino c’era la gnocca! Era quella che mi faceva rodere. Continuavamo a fare dialoghi tra deficienti, nella notte che col ronzio ipnotico del motore diventavano monologhi tra semideficienti ma lei non cambiava idea. Qualche volta, per farle un dispetto la piantavo nella sala da ballo e me ne tornavo a casa da solo. Impiegava sempre piu’ tempo a tornare a casa, poveraccia. La lasciavo il venerdi’ e riusciva a malapena a tornare a casa il lunedi’ mattina, qualche volta direttamente al lavoro, scendendo di corsa da qualche mercedes, nemmeno passando da casa per rinfrescarsi. Che ne aveva bisogno, eccome!
Una vigilia di Natale la piantai in una balera di Cremona e torno’ a casa dopo la Befana. Con due occhiaie cosi’. Poveraccia, avevo saputo che quella volta per tornare a casa era dovuta passare dalle Burmudas! Ma non mi mollava. Non mollava nemmeno gli altri, se per questo. Una volta, mi invita a prendere un te’ a casa sua. Dico, lascia perdere, perche’ lo so che poi magari le viene in mente chissa’ che cosa. Dice ma dai, passiamo un pomeriggio da fidanzati, cosa c’e’ di male. Chissa’ cosa mi piaceva di Doris. Tutto. Dico ma si’, andiamo a casa sua e passiamo un sabato da fidanzati. Salgo le scale sperando che non esca nessuno perche’ lo so che farebbero un’espressione da svizzeri vedendo che la mia e’ un’altra faccia delle tante che salgono le scale. Non vedo nessuno, entro e mi sistemo. Mi metto su una poltrona, sfoglio una rivista tedesca con le fotografie dei tampax che a me a prima vista erano sembrate delle candeline da compleanno, e squilla il telefono. Va Doris con un sorriso, e mi fa cenno di non parlare. Ma come, non sono io il fidanzato? Prende la cornetta e dice: "si’?" poi dice: "si" poi dice ancora: "si" poi si mette a ridere e dice: "si" infine si fa seria e dice: "si". Finalmente dice: "Ciao" e appende. "Chi era?" chiedo io distratto. "Oh niente. Era un amico che mi ha invitato a cena questa sera. Ma io gli ho detto no!" torno’ in cucina per preparare la teiera mentre io cominciai a domandarmi come potesse una ragazza nel pieno delle sue facolta’ mentali aver rifiutato un invito a cena dicendo cinque si’ e un ciao. Mi ci volle un poco a ricostruire la conversazione ma mi convinsi che non poteva essersi svolta che in questo modo: Squilla il telefono. Doris prende la cornetta e dice: "Si?" "Pronto, scommetto che hai capito chi sono" Lei dice: "Si’ " "Ho capito. Non puoi parlare. Scommetto che sei con quello stronzo del tuo fidanzato" "Si’" "Peccato volevo invitarti a cena e poi a una bella scopata. Ti sarebbe piaciuto? Lei si mette a ridere e dice: "Si’" Fa niente, facciamo domani? Lei si fa seria e dice: "Si’" "Allora ciao bella fica, e non dargliela tutta." "ciao" Non c’e’ altra maniera di interpretare la telefonata. Intanto Doris arriva con la teiera, l’appoggia fa per venirmi vicino ma capisce che qualcosa non va: "Cosa c’e’, adesso?". Ma io non riesco piu’ a contenermi: "C’e’ che mi sono rotto le balle di prendere dello stronzo da voi due! " Non capisce e fa una faccia stupita: "Ma caro cosa dici?" "Cosa dico? Dico che e’ ora di finirla! Mi hai rotto i coglioni" grido sbattendo la porta con tale fragore che qualche faccia da svizzero si affaccia per vedere cosa sia successo: "E andate a fare in culo anche voi, brutte facce di merda, che non so nemmeno perche’ sono qui a trovare quella troia, che non la conosco nemmeno!" sbraito correndo via come un ossesso. Ho saputo che Doris si e’ sposata. Con uno svizzero che e’ vecchio e che ci ha un pacco di soldi e vive felice perche’ ha capito che nella vita o impieghi il tuo tempo a fare soldi o lo usi per spenderli e lui non ha tempo per spenderli e lo lascia fare a Doris, e non ha nemmeno tempo per scoparla come Dio comanda e vive tutto felice pensando che grazie ai soldi Doris non fara’ fatica a trovare qualcuno che si accolli anche questa incombenza. Come dice il proverbio: Mogli e buoi, sempre corna sono.
Capitolo 14.
Massi’, adesso te lo dico. Ti dico come ho fatto a chiudermi dentro questo computer. Ma devi avere un po’ di pazienza perche’ non e’ facile da spiegare, cosi’ su treppiedi. E poi ti devo dire anche cosa successe dopo che Giacobbe ebbe di strutto San Francisco e poi il Pentagono. Mi viene da ridere. Il fatto e’ che per un paio di settimane non successe niente. Intanto perche’ i computer erano confusi da tanti segnali contradditori e stavano ancora calcolando le probabilita’ che si trattasse di attentato, terremoto, manifestazione gay o che altro, il Pentagono era si’ distrutto ma nessuno se ne accorse perche’ grazie alle infinite tecniche per delegare le decisioni, ogni comunicazione che arrivava al Pentagono, non trovando l’interlocutore, veniva smistata in qualche unita’ periferica che analizzava il messaggio e rispondeva, creando una fascia protettiva impenetrabile. San Francisco invece era diventato un enorme buco nero causato dall’esplosione di una bomba ai neutroni che aveva distrutto ogni forma di vita, ma aveva lasciato integri gli edifici e le autostrade. La cosa strana era che dalla citta’ di San Francisco non usciva piu’ nessuno, e se qualcuno si insospettiva per questo fatto, gli bastava prendere un mezzo di trasporto qualsiasi per andare in centro e dissolversi nel nulla. Che altro dirti? Solo che in questa piccola frazione di tempo, mentre il cavallo Profeta predicava la Buona Novella sulle colline di Aviano e il padre di Vincent aveva cominciato con qualche piccolo miracolo, la mia vita e quella dell’Agente Coso, delle Unita’ Speciali di Controspionaggio, si avvicinavano spaventosamente. Ma io avevo altro a cui pensare. Per esempio, una balena innamorata, puo’ godere in un baleno o non sara’ forse il contrario? Ora tu mi dirai, ma ti sembra questo il momento di filosofare? Ma mi sembra il momento si’, visto che non ho nient’altro a cui pensare. Eh caro mio! Ho visto cose che voi mortali nemmeno ve le immaginate. Ho visto una moschea piena di zanzare...e pescatori morire di fame perche' non sapevano che pesci pigliare. Mi ricordo di un'attrice con un occhio pesto e uno ragu' che a furia di prendere tutto sottogamba divento' un'attrice porno mentre il suo regista girava l'angolo. Ho visto una porta chiudersi in un ostinato mutismo... e un paio di sci con attacchi epilettici... Ho visto preti guariti negare di essere stati curati che pregavano la madonna di Fatima che era andata in vacanza a Lourdes. Ho visto servizi segreti con la tazza nascosta dietro il bide'... e un topo di appartamenti inseguito da un gatto delle nevi. Ho visto un torero incornato dal marito di una entraineuse... e un verme battersi per farsi chiamare single e non solitario. Ho visto canguri che avevano le tasche piene dei loro figli e anche animali in Via di Estinzione cambiare indirizzo. Quante cose ho visto. Ho visto un binario morto che aspettava di essere sepolto. Ho visto anche un cartello per la strada con scritto : ESSO a 1200 metri, sono andato piu' in la' per oltre un chilometro, ma lui non sono riuscito a vederlo ! In campagna ho visto un gallo puntare la sveglia per paura di essere licenziato e il contadino che si soffiava il naso nel suo fazzoletto di terra. Ho visto un atleta mangiarsi due primi, tre secondi e quattro decimi e un calciatore che dopo essersi bevuto tutta la difesa si era mangiato un gol bell'e fatto. Un caffe' un giorno fece un errore e fu corretto da una grappa mentre una gondola cambiava canale con il telecomando... Ed ho visto donne talmente affezionate al proprio marito da usare quello delle loro amiche... A proposito. A proposito di che, mi chiederai perplesso. Non lo so. Mi viene in mente a proposito ma non riesco a capire i meccanismi dell’associazione di idee. La verita’ e’ che quando faccio questi lunghi elenchi poi mi viene una sensazione stranissima che assomiglia al sonno, ma sono certo che non si tratta di questo, perche’ ormai non dormo piu’. …Ho visto diabetici morire in luna di miele, gatti neri rincorsi da cani razzisti e genitori molto attempati mettere al mondo dei nipoti… Faccio pratiche di auto ipnotismo per staccare qualche minuto la mente e trovare sollievo, ma ho perso i numeri. Ugo bue Re quatto pingue rei tette orto bove ceci ungiti godici tergiti catodici… no non mi riesce. Sarti Burgnich Facchetti Guarnirei Picchi Suarez Jair Mazzola Peiro’ Corso, cazzo ne manca uno. Silicorni Salaffia Barboso Tachin Tacun Bagonghi Ferdecaval Tutrugin Ranfincu Totorno, forse meglio la nazionale Jugoslava: Oss Baloss Minoss Tuttoss Trigoss oppure l’attacco del Brasile: Dada Pele’ Didi Gegge’ o meglio ancora provare con le filastrocche dei bambini Ambaraba’ Cicci’ cocco’ tre civette sul como ’…tulilem blem blum, tulilem blem blum. Scatolin del busdelcu conta fino a trentadu’… Ho visto fare assegni circolari con un compasso...e due astronauti al ristorante di Cape Canaveral che chiedevano il conto alla rovescia… Non ci riesco proprio, proviamo con le pecore ma come faccio senza i numeri? Ci vorrebbero i nomi ma nemmeno il pastore conosce il nome di tutte le pecore. Fammi pensare a tutte le donne della mia vita, quelle hanno il nome. Anna, Maria Luisa, Graziella, Angela… no. Non quelle della mia infanzia, prendiamo quelle dell’adolescenza, quelle che sognavo quando avevo quattordici anni. Daria, col suo vitino di vespa e la signora Emma che appendeva le mutandine in bagno ed io andavo a far finta di pisciare ogni cinque minuti per odorarle. Sapevano di sapone e non mi eccitavano affatto, ma erano le prime mutandine di nailon della mia vita e dovevano pur significare qualche cosa! ….Ho visto cannibali leccarsi le dita e dire: era veramente una persona squisita! Poi starnutivano e dicevano: era veramente una ragazza tutta pepe… Poi venne Daniela, una vera signora, era rimasta orfana per un incidente stradale e tutti i suoi beni venivano amministrati da certi suoi zii spendaccioni, questo finche’ non fosse diventata maggiorenne o si fosse sposata. Me lo aveva proposto ed io avevo detto si’.
Andavo a trovarla quasi ogni sera fuori da casa sua dove usciva e ce ne stavamo seduti a far niente seduti sul muretto. Poi la lasciavo per andare a divertirmi con gli amici. "Tu credi che io sia stupida, ma stupida non sono" mi diceva ed io non capivo cosa volesse dire. Perche’ lo stupido ero io. Un giorno mio fratello maggiore mi fa: "Ho trovato due ganze. Vieni con me". Pronti. Andiamo sul prato vicino alla ferrovia, io a chiacchierare, mio fratello appartato a sfottere come un dannato. Mentre tornavamo a casa mi fa: "E allora, ti e’ piaciuto?". "Veramente mi sono annoiato a morte" dissi e lui si rese conto che ero piccolo. Ma avevamo un altro appuntamento e occorreva un corso accelerato. Mi mise seduto di fianco a lui sul pavimento della nostra cameretta e mi fece vedere come durante la conversazione si poteva passarle una mano intorno alla vita, premerla a se’ e torcerla fino al primo bacio. Sembrava facile a prima vista ma non ero sicuro. Allora lui mi fece vedere che premendo con la bocca la si poteva spingere dietro fino a farle perdere l’equilibrio e sbatterla a terra montandole sopra. Poi era uno scherzo allargarle le gambe, slacciarsi i pantaloni e mettersi in mezzo li’, dove non poteva sfuggire al suo destino. Fu la lezione piu’ efficace della mia vita, con mio fratello sopra che mi teneva contro il pavimento con le gambe allargate per infilarsi in mezzo, finche’ la porta si apri’ e si affaccio’ la mamma. Lei rimase immobile, con la mano sulla maniglia, senza dire nulla perche’ neppure l’evidenza riusciva a convincerla di avere due figli finocchi, noi imbarazzati come se ci avesse preso con le mani nella marmellata, ma era molto peggio. ..Ho visto un uomo riportare una leggera ferita al legittimo proprietario mentre donne evolute conservavano in frigo il terziario avanzato… Nemmeno la sera dopo osai un attacco frontale, perche’ riflettendoci, le cose non mi parevano cosi’ semplici come sembravano e non volevo fare la figura dello sprovveduto. Intanto le calze. Devi sapere che quando ero ragazzo io le calze stavano su con un elastico oppure con un piccolo reggicalze che aveva due clip laterali per ogni gamba. Palpeggiando la mia vittima, avevo sentito lo spessore del clip all’esterno delle sue cosce e mi ero chiesto: "Se al cinema tolgono sempre prima il reggicalze dalle mutande, vuol dire che le mutande sono sotto e come faccio io a indovinare da dove si apre il reggicalze?" cosi’ le dissi: - Domani vieni in camporella senza calze! – - Ma fa freddo! – piagnucolo’ lei. - Non fa niente. Se mi ami devi venire senza calze!- Arrivo’ senza calze, poveretta, le sue gambe bianche si stagliavano nel buio come due paracarri stortignaccoli e la pelle d’oca non era certo eccitante ma io avevo avuto la mia prova d’amore e la stravaccai di brutto sull’erba e le tolsi le mutandine. Chiamare mutandine quel fagotto di cotone e’ un puro eufemismo ma quelle aveva e quelle le tolsi. A questo punto, lei, che non aveva mai opposto la seppur minima resistenza, rimase nel buio al freddo, col suo pancino bianco che la pelle d'oca faceva somigliare ad un catarifrangente e con quel ciuffo di peli sul monte di Venere che allora non sapevo nemmeno come si chiamasse ma che per brevita’ la chiamavo topa. Ora a quei tempi circolava una barzelletta sconcia che prendeva in giro Pierino che non sapeva come fare la sua prima volta e telefonava continuamente al padre che gli diceva: - Mettiglielo dove ha il pelo! – e lui glielo infilava sotto le ascelle. Mi ero fatto un sacco di risate su quella storia ed ora che vedevo il pelo, sapevo con certezza che la topa era li’ e cosi’ tentai di penetrarla, ma poiche’ il ciuffo si trovava SOPRA la ragazza, io tentai di penetrarla da sopra, come con un trapano per inchiodarla al pavimento, e lei non fece una piega. Armeggiai col mio aggeggio aiutandomi con la mano ma malgrado la mia dabbenaggine, capivo che non andava in quel modo. Dopo una serie infinita di tentativi, benevola, con la sua mano sapiente, prese in mano il timone e condusse la nave in porto ma anche allora, io aspettai che qualcosa accadesse, ma non accadeva niente. Lei mugolava e faceva per muoversi, ma io, prudente, per paura che mi uscisse tutto l’ambaradan, la immobilizzavo e non le permettevo di muoversi. rimanemmo cosi’ per qualche minuto, poi sentii mio fratello che aveva finito e si avvicinava, mi ricomposi, la feci rivestire e ce ne tornammo a casa. Sulla strada del ritorno, lui mi chiese speranzoso: - E allora? - Ma, guarda, a me tutto questo scopare mi pare una stronzata. Non capisco come fanno a diventare matti per andare a donne, con la puzza, il freddo, la posizione ridicola. Guarda, io a donne non ci vado piu’! – Sorrise lui, perche’ sapeva che non ci sarebbe voluto ancora molto per farmi cambiare idea.
Capitolo 15.
Mi fanno ridere quelli che si chiedono se ci sia vita dopo la morte e poi si fermano li’. Perche’ allora bisognerebbe chiedersi anche se c’e’ morte dopo la morte. Certo, perche’ se c’e’ vita dopo la morte ci sara’ anche la morte di quella vita li’. E poi una vita con morte e poi ancora una vita e via cosi’. Finche’ c’e’ vita c’e’ speranza. La Speranza non muore mai. Quando dicevo questa frase in casa di Carmen la mia prima fidanzatina, cadeva un silenzio mortale tra i membri della sua famiglia. Mi ci volle poco a sapere perche’: Speranza era il nome della fidanzata del fratello, che quando arrivavo io mi guardava con odio e non capivo. Me lo spiego’ Carmen ma non riuscivo a trattenermi, era come un intercalare. Facevo un discorso e, zac: -La Speranza…..- e la’ tutti a guardarmi in silenzio. Io mi rendevo conto e facevo un triplo carpiato all’indietro tentando di riprendere la frase: -…e’ l’ultima a morire! – e i vecchi la prendevano come una sorta di macabro augurio mentre il fratello mi guardava sempre con piu’ odio. Questo episodio mi e’ tornato in mente all’ultimo congresso di Alleanza Nazionale dove avevano coniato lo slogan: "Rimettere in moto la Speranza" ed era una cosa strana ma anche quella Speranza li’, quando andavo a prenderla in moto, rimetteva pure lei. Forse la conoscevano. C'era una volta una cicala che eredito' una fortuna da una formica morta di stress che da giovane aveva letto un libro con l'indice fratturato... E c’erano tende da sole in cerca di compagnia... e ferri battuti che cercavano la rivincita. In verita’ in verita’ vi dico: E' piu facile che un cammello passi nella cruna di un ago che un operaio col cappotto di cammello porti a cena Letitia Casta. Non mi chiedere cos’e’ successo, perche’ non lo so. So solo che le radiazioni avevano provocato alcune modificazioni genetiche tanto che mi bastava avvicinare la testa al monitor per capire cosa stesse dicendo il processore. Quando esplose la cisterna, mi dissolsi nell’esplosione meno la memoria che e’ rimasta attaccata qui. Solo che mentre scarica ogni tanto trova cose che credevo fossero dimenticate come il mio esame di latino: fame coacta vulpes alta in vineam uvam appetebat sapiens viribus quam tangere ut … per poi scomparire e far affiorare altre cose che non so catalogare: …come in un primo canto vi ebbi a dire, in una selva oscura mi trovai, il cui pensier mi fa rabbrividire, quivi sospiri pianti ed alti lai, parole oscure e suon di man con elle, si’ che pareva di essere in tranvai, dove lo passegger vede le stelle, conciossiaccosacche’ compresso al punto, che dalle fauci gli escon le budelle, possibile che si tratti del Sommo Dante?
All’improvviso si ferma tutto e mi vengono in mente le donne. Tutte. Che quando ero adolescente io non c’era la pillola contraccettiva e la questione delle donne la si sbrigava in quattro mosse:
1) si ciondolava fanigottoni nei bar finche’ non passava davanti un bel faccino che ti sorrideva.
2) Andavi a sbavare di notte contro la porta o sotto la finestra di quel bel faccino
3) Lei usciva e ti faceva vedere la strada della camporella che di solito era un prato vicino a casa
4) La mettevi incinta e la sposavi
5) Avevi una relazione extraconiugale con un’amica di tua moglie o con una collega di lavoro
6) Andavi un paio di volte a puttane
7) Punto.
Prima di questi fatti, la compagnia di giovinastri che frequentava i bar era una massa amorfa di urla scomposte e facce che potevi dividere in due categorie.
a) Quelli che non l’avevano mai vista
b) Quelli che avevano toccato la gnocca e lo raccontavano
Questa seconda categoria era come illuminata da un nuovo Sapere, come doveva essere capitato agli Apostoli con la discesa dello Spirito Santo, una cosa dava una forte predisposizione alla predicazione.
Io che a mio modo ero passato di categoria, per qualche anno mi misi il cuore in pace e mi fidanzai con Carmen, in attesa degli eventi. Che non vennero mai. Perche’ lei se ne stava sulle sue, io me ne stavo sulle mie, e al bar mi credevano troppo furbo per chiedersi come mai dopo tutto questo tempo, io non avessi ancora messo incinta Carmen. Il fatto e’ che non mi passava nemmeno per la mente. Noi ce ne stavamo seduti sul gradino fuori di casa e quando la baciavo, le mettevo la mano sulle cosce. Lei, come ad un segnale convenuto, me la tirava via ed io, che avevo fatto la mia bella figura non ci pensavo piu’ fino al giorno dopo. Sembrava una relazione felice ma le cose si intorbidivano quando litigavamo. Perche’ quella e’ una fase di continua conoscenza e spesso i contrasti avvengono anche su dettagli insignificanti, tanto che da bravi piccioncini, si litiga, e succedeva anche a noi. Solo che Carmen aveva uno strano concetto del litigio. Quando litigavamo e la sera dopo mi presentavo sotto casa sua, la trovavo nello stesso posto di dove ce ne stavamo di solito, solo che lei era col Bassanini, un ragazzo di un anno piu’ grande di me, che faceva l’idraulico e fumava. Non che me ne importasse molto se fumava, per me poteva morire anche di cancro, solo che quando arrivavo, lui per far vedere da lontano che non era solo, accendeva una sigaretta, cosi’ io li riconoscevo e me ne stavo in disparte a sbavare. Quando Dio voleva che lui era stanco, avviava il suo Motom e se ne andava via, non senza una serie infinita di adesso vado, ma no, ma forse torno indietro e cosi’ via. Quando era sparito dietro l’angolo, Carmen rimaneva un momento sulla porta prima di risalire in casa lasciandomi il tempo di avvicinarmi. Qui succedeva che se glie ne dicevo quattro lei il giorno dopo si faceva trovare ancora con l’idraulico, se mi controllavo, ci davamo un appuntamento per il giorno dopo dove arrivavo prestissimo per essere sicuro di prendere il posto di quell’altro che odiavo con tutte le mie forze. Sono passati molti anni, ma io nutro ancora una strana avversione per gli idraulici, tanto che ho imparato a fare i piccoli lavoretti di manutenzione per evitare anche adesso di avere in giro un idraulico per casa, e sono contento di tutta questa gioventu’ che si laurea e che non bocciano piu’ nessuno. Cosi’ un giorno non ci saranno piu’ idraulici ma ingegneri e medici che amano il bricolage. Come fara’ l’idraulico quando prende il raffreddore ed ha il naso che perde? Usa il pappagallo? E se non ci capisce un tubo? E quando il naso gli gocciola, aspetta di sentire l'urlo del gol per capire che tutto e’ finito: Se prima il naso perdeva adesso, finalmente ha pareggiato? Non capire un tubo e’ ignoranza idraulica? Forse non capire un’acca e’ ignoranza letteraria e non capire un cazzo e’ ignoranza sessuale, ma a me non importava molto, perche’ me ne stavo con quel pitale di Damocle sulla testa e rimanevo li’ a guardarli nel buio perche’ sapevo che chi la fa, l'aspetti (e chi non la fa, si purghi ) e che prima o poi avrei avuto la mia vendetta perche’ occhio per occhio fa sessantaquacchio. Una notte, una voce mi sussurra nel buio: - Perche’ stai a guardarli? Non vedi che li fai eccitare? Vieni qui vicino a me che ti passa il magone! – era Maria la Zozza, una ragazza scura, piu’ grande di me. Che se ne rimaneva sempre da sola. Mi siedo ma non mi va di parlare. Lei mi prende e mi riempie la bocca con la sua lingua calda. Io per reazione le metto una mano sulla coscia ma questa qui non me la tira via, allora continuo convinto che dopo un poco mi arrivera’ l’alt. Invece arrivo fino al barattolo della marmellata ma questa non ha nessuna reazione anzi. Quando si accorge che non sono capace di passare con le dita, allarga un po’ le gambe ed io quasi senza volere affondo il dito medio in quella massa gelatinosa calda, che mi spaventa, tanto che ritraggo il dito a precipizio. Lei mi ha preso per la cinta e mi dice: - Fermati un momento, lasciati slacciare i pantaloni. Ma io sono risoluto e mi alzo di scatto: - Scusa, un’altra volta. Devo proprio andare al Bar: ho un appuntamento con gli amici! – quasi le strillo mentre monto sul mio Guazzoni. Corro come un pazzo, ma la paura e’ che l’aria fredda della notte cancelli l ’odore che porto sul medio come una reliquia. Prima di entrare al bar do un’ annusata per essere sicuro. Si’, non si trattava di marmellata, ma piuttosto di caviale. Entro al bar e passo il dito sotto il naso di tutti, amici ed estranei che dato l’avvenimento si sono avvicendati chi per dare un’opinione, chi per dissertare sulla mona e farci della filosofia. Che bella notte passammo. Me la ricordo ancora. Era quasi estate e noi, fuori seduti ai tavolini facemmo mattino parlando di odalische e gheishe di Paesi lontani. Poi decisi di partire.
Capitolo 16.
Prima di terminare vorrei fare una premessa che certamente andava fatta prima, se era una premessa, altrimenti tanto vale fare una postilla. Ma sono in mezzo cosa faccio una mezzilla, una postmessa, un prepuzio, un postambolo? E come se un pianista suonasse su di un falsopiano. Bisognerebbe diffidare? E se poi lui suona il pianoforte solo piano, dovremmo sentirci defraudati? Non capita quasi mai, se ci fai caso. Le sinfonie cominciano sempre piano, poi via via suonano sempre piu’ forte, cosi’ non puo’ lamentarsi nessuno e vanno a casa tutti contenti. Non sbattere la portiera. Tu ti aspetteresti di averla letta in un taxi, e invece era la targhetta che avevano messo all’ingresso del mio condominio, per segnalare che l’addetta alla manutenzione e alle pulizie dell’edificio era una zoccola e quando si assentava ingiustificatamente, lasciava indietro il suo lavoro. L’altro. Ho quasi terminato di scaricare la memoria e sono in grado di mandarti tutto il file che abbiamo scritto nei due anni di prigionia. E’ la storia di me e di Carolina, che non era nemmeno mia e che aveva un modo di camminare che non mi arrapava affatto, ma che aveva fatto perdere la testa a Costantino e per quella ragione… be’ lasciamo stare, altrimenti non sono obiettivo. E nemmeno otturatore. Pero’ ho fotografato la situazione e te la racconto in tutte e due le versioni, la mia e quella dell’altro, cosi’ ti fai un’idea. Il primo amore non si scorda mai, la prima chitarra invece si’. Che se andiamo indietro nel tempo, la prima cotta era arrivata prestissimo, coi calzoni corti, come una gelata sui fiori di pesco. Quando Alberto riusciva a scappare dai cancelli della sua splendida villa, si rifugiava in casa nostra e piangeva quando venivano a portarlo via. Fu per questa ragione che i ricchissimi nostri vicini, lasciavano che giocassimo insieme, perche’ a quell’eta’ dicono che non ci sono differenze sociali, finche’ fa comodo a loro. Alberto aveva una ricca cuginetta, tutta pizzi e ricami a nido d’ape, che malgrado l’anno prima l’avessimo cifolata giù da un muro alto così, ci veniva ancora a trovare e ci sorrideva sempre. Per fortuna era caduta su un mucchio di guano così non si era spiaccicata al suolo. I genitori dicevano che dopo l’uscita dall’ospedale, era tornata come prima, e così pareva, noi però sapevamo che, forse per l’altezza dalla quale era caduta, forse per il trauma dovuto ad un contatto così ravvicinato con la merda, sta di fatto che mentre giocava, ogni tanto la sua mente se ne andava via e lei rimaneva lì come incantata, con lo sguardo perso nel vuoto, per qualche minuto prima di ritornare ai suoi giochi, come se nulla fosse stato. Se la chiamavi peggioravi le cose, e lei ritardava a tornare in sé, allora la cosa migliore da fare era quella di continuare a giocare imperterriti, come se nulla fosse. Andava sempre tutto bene, solo quando giocavamo a nasconderci si finiva sempre con grandi battute come la caccia alla tigre per vedere dove si fosse cacciata l’infante. Come tutte le ragazze di ottima famiglia, aveva una naturale predisposizione verso l’uomo ricco e la esercitava, nel suo piccolo, rivolgendo la parola solo ad Alberto ed ignorandomi sistematicamente. In realtà, dire che mi ignorasse, mi pare una forzatura, quasi un’esagerazione. Ignorare qualcuno vuol dire che malgrado la sua presenta, tu FINGI che quello non esista. Lei no. Lei non fingeva! In principio la cosa non mi fece grande impressione, ma a poco a poco, mi resi conto che quella bambina rappresentava tutta la grazia che io avessi mai visto tutta insieme e tutta nello stesso posto. Chissà se questa sensazione si può definire innamoramento in un bambino di otto anni, ma io di quella creatura mi ero decisamente infatuato, e la guardavo muoversi con una sensazione che mi provocava dolore, perché più la scoprivo bella, più mi faceva soffrire che qualunque cosa dicesse la dicesse solo ad Alberto che solamente con lei perdeva la sua aria da diavoletto per rimanersene assorto a guardarla tirandosi indietro il suo ciuffo biondo. Una volta che per una irripetibile coincidenza mi nascosi insieme con lei, quando realizzò di essere rimasta sola con me, perse i sensi! Ed io, a vederla lì incantata, coi capelli controluce nel sole del tramonto, indifesa e senza testimoni, mi lasciai prendere dall’irresistibile impulso di baciarla e accostai le mie labbra alle sue. La repulsione che provava per me doveva essere così radicata nel suo Super Io, che la riportò immediatamente alla realtà, e quando si rese conto dell’accaduto mi guardò un po’ persa, poi mi disse con la sua consueta soavità: - Ma tu puzzi! Cara, dolce creatura! Anni dopo andai a trovarla, ma non si ricordava di me. Alberto, invece, nemmeno lui.